mercoledì 14 settembre 2011

Dalla Corea (9) - 13 settembre 2011

Sulla giornata di oggi ci sarebbe tantissimo da dire e da riflettere. Non la faccio lunga, ma inizio dalla fine.
“Era un giorno di vento e le bandiere sventolavano. Gli allievi allora le guardavano meravigliati, il vento che soffiava e le bandiere di tutti i colori che si muovevano. Arrivò il maestro e li interrogò se fosse l’aria a muovere le bandiere o le bandiere a muovere l’aria. E poi gli disse, prendendo nella sinistra un gatto e nella destra un coltello: se nessuno mi saprà rispondere ucciderò il gatto, altrimenti sopravviverà. Gli allievi si guardarono esterrefatti e dubbiosi, ma nessuno riuscì a rispondere. Allora il maestro prese il coltello e tagliò la testa al gatto. Dopo, il miglior allievo si recò dal maestro per capire e quando entrò nella sua stanza si levò le scarpe e se le mise sulla testa. Se tu avessi fatto ciò questa mattina, gli disse il maestro, il gatto ora sarebbe vivo.”

Questa mattina mi sono svegliato con comodo e sono arrivato all’Università semi-deserta dove c’era solamente Ki e qualche raro studente. E’ il giorno dopo la festa del Chuseok, ancora vacanza, un giorno per tornare a casa o magari fare una scampagnata o semplicemente riposarsi, quindi il campus al mattino è semi-deserto. Tranquillamente così mi prendo un caffè, sbrigo la posta arretrata e finisco di guardare le mie traiettorie. “Buddity”, preveggenti. Andiamo a pranzo in uno dei pochi posti aperti e poi finito il pranzo Ki mi domanda se non voglio andare a vedere un tempio buddista. Certo dico io, passiamo a prendere la macchina fotografica, un momento all’Università e poi si parte in macchina verso l’interno. Infatti ci sono dei templi in città, ma è bene vederne uno vero, ovvero tra le montagne, un grande monastero le cui diramazioni arrivano appunto in città. In Corea, come poi mi spiegherà, se pur si vedono tantissime chiese cristiane (cattoliche e protestanti, le prime meglio viste delle seconde per dei motivi che poi magari cercherò di raccontare) la maggioranza della popolazione è buddista, il filone che dall’India è arrivato attraverso la Cina mescolandosi prima con le religioni e la filosofia cinesi e inglobando poi senza sofferenze teologiche le credenze tradizionali. Ci addentriamo così verso oriente, ovvero verso zone più montagnose, non sono mai montagne altissime, sono sempre ricoperte di vegetazione, ma sono molte, dense, un po’ come tutto da queste parti, ricoperte di quei pini orientali caratteristici, con le fronde che finiscono un po’ all’insù, come i tetti delle case tradizionali (o meglio sarebbe dire forse il contrario). Finita l’autostrada inizia una strada più stretta ma sempre molto maneggevole che ci porta in un paese precedente il tempio, un largo stradone pieno di ristoranti e negozi di souvenirs. Parcheggiamo e ci addentriamo a piedi nel parco, infatti non c’è soluzione di continuità tra il parco nazionale e il tempio, l’uno racchiude l’altro. Una rilassante passeggiata attraverso il bosco, che è pieno di famiglie che fanno la scampagnata, è un po’ come fosse pasquetta, “mutatis mutandis”. Si paga per entrare, non tanto 4000 won, ma appunto è parco e tempio allo stesso tempo. Dopo esserci addentrati un po’ nel bosco ecco la prima porta, con una sola fila di colonne, poi si cammina ancora e si giunge al tempio vero e proprio, quando, dopo aver scorto oltre il ruscello qualche edificio in stile orientale, ci ritroviamo all’entrata, un cancello con dentro i primi quattro guardiani, ancora un altro po’ ed ecco la seconda entrata, un edificio simile con altri quattro guardiani. Davanti quindi c’è un grande spiazzale disseminato di piccoli edifici a destra e sinistra, una pagoda davanti e in fondo l’edificio principale, che si fonde abilmente con la vallata, infatti si trova alla fine della vallata e il tetto sembra unire i monti di sinistra con quelli di destra e rilanciare verso l’altro, verso le montagne che si trovano in fondo, dove al verde della vegetazione si mischia il colore ocra della roccia. Visitiamo tutti gli edifici, e Ki mi spiega bene i vari significati, la pagoda con quattro statue di Budda nelle quattro epoche della vita, dalla gioventù fino alla morte, le campane che i monaci suonano ogni mattina per risvegliare tutto il mondo, una per gli abitanti delle acque, una per quelli del cielo, una campana e un tamburo (penso questi due per gli abitanti della terra e per ... ), le lanterne e le statue “monumento nazionale”, alcune molto antiche risalenti alla dinastia Silla, anche la pagoda è antica, sopravvissuta alle varie invasioni. Poi lasciamo anche un’offerta per le tegole dei tetti iscrivendo i nostri nomi sopra una tegola, un giorno sarà usata proprio quella tegola. Poi entriamo nell’edificio principale, dove ci sono tre grandi Budda dorati e i monaci che preparano la “cena” dei Budda, e molte persone che si inchinano, tre volte per Budda mi spiega Ki, un inchino per le persone normali, due per i morti e tre per Budda. Gli altri edifici sono delle strutture tipiche orientali cui si accede grazie ad alcuni gradini con dentro una statua di un Budda o Buttayara (o come si scrive), un tavolinetto basso per le offerte o l’incenso, delle statuette, e dei foglietti sul tetto. Da un lato, entrando sulla sinistra, si erige poi una moderna altissima statua dorata, costruita negli anni sessanta (in pietra) e successivamente dorata negli anni ottanta (seguendo la ricchezza del paese, penso io) di un altro Budda, quello che deve venire, mi spiega (una variante orientale del Messia). Entriamo nel basamento che regge la statua dove ci sono tantissime statue votive e in corrispondenza al centro un’altra stanza dedicata ad un Buttayara, lo stesso che avevamo visto nel museo, o meglio una riproduzione (non particolarmente riuscita, notiamo, infatti quella parvenza di sorriso nella statua originale qui non si percepisce molto). Proseguiamo la visita del tempio (che è appunto fuso, quasi indistinguibile dal parco, anzi forse c’è più tempio nella montagna che nella stanza della statua), con un Budda rupestre, la zona della sepoltura dei grandi monaci del passato e un “reliquiario”, dove sono conservati (si dice, mi ricorda qualcosa ...) i resti dell’ultimo Budda, Shakyamuni, (quello storico che visse 2500 anni fa) e poi prima di tornare ci fermiamo a prendere un ottimo thè freddo al pino in una sala da thè proprio oltre le porte dei guardiani (siamo ancora dentro la grande cinta del tempio e infatti mentre entriamo Ki sta ben attento a non calpestare un insetto che stava sul gradino). Ci riavviamo quindi verso la macchina e rientriamo alla KNUE, incrociando il grande traffico del rientro verso Seoul dopo il lungo fine settimana festivo (c’è traffico al rientro a Roma che è un villaggio al confronto, figuriamoci in una metropoli di venti milioni di abitanti!), ma risparmiandoci grandi code. Torniamo al laboratorio, sbrighiamo un po’ di lavoro e alle sette andiamo a cena in un pubbetto praticamente dentro il campus, così non c’è da guidare e possiamo berci un po’ di birra e sojou. Posso così avere altre spiegazioni sul buddismo, il templi in corea, i rapporti con le altre religioni, sia quelle orientali (resta sempre ingarbugliata per noi la distinzione tra buddismo, confucianesimo e taoismo) e ovviamente la storia (anzi sarebbe meglio dire la domanda) buddista dell’inizio. Zen diremmo noi, ma lo Zen giapponese pare essere un po’ diverso (non so quanto questo sia vero o quanto sia da bilanciare con l’odio tra coreani e buddisti), il buddismo, Zen o Seon, coreano infatti cerca di bilanciare la meditazione, con le regole e il libro (cerca di spiegarmi, ovviamente una religione e una tradizione di alcuni millenni non si possono né spiegare né capire in poche ore), per rispondere interamente alle domande (olistico diremmo noi) mentre quello giapponese “taglia il pensiero”. Per cercare di spiegarmi, mi racconta dei tre filoni del buddismo, tutti partendo dall’India, uno ha preso la strada verso nord, Cina e Corea, si è concentrato di più sulla meditazione e quello coreano, arrivato mediato dalla religione e la filosofia cinesi, si concentra su “rispondere alle domande” (domande sul tipo della storia che ho messo all’inizio di questa breve cronaca), un altro ha preso la strada del sud, e dallo Sri Lanka è passato nel sud est asiatico, concentrandosi maggiormente sul canto e sulla ripetizione, in modo da focalizzarsi meglio (ok, cerco di riportare qualcosa che non può essere così chiaro, davanti ad un piatto di “rice sticks”, frutti di mare, accompagnati da bachi da seta, noccioline, pezzetti di banana seccata, birra e sojou), e infine il terzo è quello tibetano, che mi dice avere una storia a sé (ma senza farmi capire bene le differenze, anche se forse cercare le differenze non è la cosa più corretta da fare). Mi dice infine come appunto il buddismo e il cattolicesimo in Corea non siano stati fatti arrivare a forza da fuori, ma che in entrambi i casi (seppure in epoche diverse) dei coreani siano andati in Cina (paese con il quale si ha la maggior parte dei rapporti commerciali) e li abbiano poi introdotti in patria, il Buddismo poco più di un millennio fa, il cattolicesimo più recentemente, invece diffida di più delle chiese protestanti che sono arrivate da fuori e hanno fatto (anzi stanno facendo) proselitismo in modo molto aggressivo. Non so se me lo dice solo perché sa che sono italiano o se sia veramente così, non è che i cattolici nella storia siano mai stati molto teneri con le religioni dei popoli che incontravano, e le missioni del passato usavano il libro e la spada (e soprattutto quest’ultima) senza tanti scrupoli quando potevano.
Insomma una giornata che sembrava anonima e che invece è stata occasione unica per avere uno squarcio sulla cultura di questa parte del mondo molto prezioso e difficile da avere, perché direttamente da qualcuno che ne fa parte e non mediata dai tanti libri (spesso paccottiglia penso) che circolano dalle nostre parti. Abbiamo anche un po’ discusso su possibili interpretazioni della storiella ma su questo non dirò nulla ora, magari dopo.
Parlando poi appunto, come già mi aveva anticipato, della cultura buddista mi fa notare come, a differenza delle religioni occidentali (includendo islam ed ebraismo) dove chi si oppone alla divinità è “fuori”, nel caso del buddismo questo non è necessariamente così, tant’è che quando Budda (mi pare o forse un altro grande maestro, il nostro problema con le religioni orientali è che tante cose si mescolano senza troppi problemi) stava per morire il suo migliore discepolo si avvicinò a lui e gli chiese una “summa” del suo insegnamento, “nulla” (none) gli rispose, e queste furono le sue ultime parole.

2 commenti:

S. ha detto...

spiegaci la storiella!

riccardos ha detto...

è una storiella "zen", la spiegazione potrebbe essere "MU", come anche qualche altra cosa più ragionata, o anche meno ...