giovedì 15 gennaio 2015

Profili per il Colle



Per orientarsi nelle prossime elezioni presidenziali, cerco di riassumere quale “statura” ha in genere un Presidente della Repubblica, a partire dei passati presidenti. Vedremo poi quanti nel panorama politico hanno caratteristiche compatibili con questo passato. Questo non significa che devono necessariamente avere queste caratteristiche, ma che è ragionevole aspettarsi un profilo analogo. Quanto meno perché quel profilo è indice di quali competenze sono necessarie per svolgere quel “mestiere”.


Giorgio Napolitano. Presidente dal 2006 al 2014. In precedenza fu presidente della Camera dal 1992 al 1994 e ministro dell’Interno dal 1996 al 1998. Prima del 1992 fu sempre all’opposizione con il PCI (leader dell’ala migliorista), deputato dal 1953 (con alcune pause). Era già senatore a vita dal 2005 quando fu eletto presidente della Repubblica.

Carlo Azeglio Ciampi. Presidente dal 1999 al 2006. Fu ministro di Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica dal 1996 al 1999 e presidente del Consiglio dal 1993 al 1994. In precedenza fu Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993. Entrò per la prima volta come membro del parlamento nel 2006 come senatore a vita.

Oscar Luigi Scalfaro. Presidente dal 1992 al 1999. Fu presidente della Camera per alcuni mesi nel 1992 prima di essere eletto presidente della Repubblica. In precedenza fu, tra le altre cose, ministro dell’Interno dal 1983 al 1987. Entrò in parlamento sin dall’Assemblea Costituente con la DC nel 1946 e da allora fu sempre parlamentare.

Francesco Cossiga. Presidente dal 1985 al 1992. Fu presidente del Senato dal 1983 al 1985, presidente del Consiglio dal 1979 al 1980 e ministro dell’Interno dal 1976 al 1978. Fu deputato dal 1958 e senatore dal 1983 con la DC.

Sandro Pertini. Presidente dal 1978 al 1985. Fu presidente della Camera dal 1968 al 1976. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, fu senatore nel 1948 e poi deputato dal 1953 con il PSI fino alla sua elezione a presidente della repubblica. Partigiano, fu medaglia d’oro al valor militare, rappresentante del PSIUP nel CNL.

Giovanni Leone. Presidente dal 1971 al 1978. Fu presidente della Camera dal 1955 al 1963, presidente del Consiglio nel 1963 e 1968. Deputato e poi senatore con la DC dal 1948.

Giuseppe Saragat. Presidente dal 1964 al 1971. Fu presidente dell’Assemblea Costituente dal 1946 al 1947 e ministro degli Esteri dal 1963 al 1964. Parlamentare sin dall’Assemblea Costituente, fu tra i fondatori del PSDI di cui fu segretario a più riprese. Socialista antifascista, passò quasi venti anni in esilio dal 1926 al 1943 quando rientrò per combattere il fascismo, fu arrestato e condivise la cella a Regina Coeli con Pertini.

Antonio Segni. Presidente dal 1962 al 1964 (quando si dimise in seguito a trombosi celebrale). Fu presidente del Consiglio dal 1955 al 1957 e dal 1959 al 1960, ministro dell’Interno dal 1959 al 1960 e ministro degli Esteri dal 1960 al 1962 (fu anche ministro di Difesa, Istruzione e Agricoltura). Eletto all’Assemblea Costituente con la DC, fu deputato fino all’elezione alla presidenza e senatore a vita dopo le dimissioni.

Giovanni Gronchi. Presidente dal 1955 al 1962. Fu presidente della Camera dal 1948 al 1955. Eletto deputato nell’Assemblea Costituente con la DC fu sempre deputato e poi senatore dopo il mandato presidenziale.

Luigi Einaudi. Presidente dal 1948 al 1955. Ministro del Bilancio dal 1947 al 1948 fu il primo Governatore della Banca d’Italia nel dopoguerra fino alla sua elezione al Quirinale. Fu eletto all’Assemblea costituente e senatore liberale. Prima della guerra era stato senatore del regno dal 1919. Fu tra i senatori che nel 1925 firmarono il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Durante il fascismo fu esule in Svizzera.

Enrico De Nicola. Presidente dal 1946 al 1948. Era stato presidente della Camera del regno dal 1920 al 1924. Liberale giolittiano fu deputato dal 1909 fino al 1924 e più volte ministro con Giolitti e Orlando.

Se quindi guardiamo gli undici precedenti presidenti della Repubblica, un tratto comune è quelli di essere stati presidenti di Camera o Senato, presidenti del Consiglio o  Governatori della Banca d’Italia (solo Einaudi fu unicamente governatore e non anche presidente del Consiglio come Ciampi).

Guardiamo quindi chi sono i “papabili”, ovvero quanti hanno almeno una caratteristica del profilo ed eleggibili (per essere eletti al Quirinale l’età minima è di 50 anni, ho escluso gli ex-presidenti tuttora in vita). Li elenco in ordine cronologico decrescente:

Presidenti del Senato: Pietro Grasso, Renato Schifani, Franco Marini, Marcello Pera, Nicola Mancino, Carlo Scognamiglio.

Presidenti della Camera: Laura Boldrini, Gianfranco Fini, Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante, Irene Pivetti.

Presidenti del Consiglio: Mario Monti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Lamberto Dini, Ciriaco De Mita.

Governatori della Banca d’Italia: Ignazio Visco, Mario Draghi, Antonio Fazio.

Questa lista poi si potrebbe restringere di molto. Difficile pensare che Berlusconi possa essere eletto, come anche che vengano “riesumate” persone che sono state delle meteore nel panorama politico come, per esempio, Pivetti e Scognamiglio (qualcuno sa che fine abbiano fatto?). Altri sembrano troppo anziani (ma chissà …) e alcuni sono stati invischiati in vari scandali (penso a Fazio e Mancino).

Il prossimo presidente sarà uno di questi? O sarà un outsider? Per questo dobbiamo aspettare le prossime settimane. Questa lista ristretta però ci può aiutare a capire perché certi nomi potranno essere presi in considerazione, perché altri hanno probabilmente poche possibilità. A mio avviso, visti i compiti di un presidente che non sono di pura rappresentanza, è preferibile che il presidente abbia un’esperienza tale che gli consenta di svolgere al meglio questo non facile lavoro. Non un paludato ma neanche un inesperto. Purtroppo in questi anni ci sono state molte meteore politiche e fallimenti personali che ristringono ancora di più la rosa. Il compito non sarà facile. Noi da qui non possiamo che osservare e sperare.

domenica 11 gennaio 2015

Cosa è Voltaire ?


Sono appena tornato dalla “marcia repubblicana” di Parigi. Da République a Place de la Nation facendoci tutto Boulevard Voltaire. Simbolicamente proprio in nome di Voltaire, dell’Illuminismo, a Liberté, Egalité, Fraternité, nel 1901 si è aggiunto un quarto valore repubblicano: Laicité. Voltaire, libertà di espressione, libertà di professione religiosa ma anche libertà di critica e di sberleffo. Libertà di bestemmiare anche (come diceva ieri a proposito Jean-Alain Miller su Le Point). 

Ma cosa significa Voltaire per i giovani francesi emarginati? E’ qualcosa di più del nome di una stazione della metropolitana? Emarginati dal sistema scolastico, Voltaire per loro è il segno dell’istituzione che li ha emarginati, che li ha relegati nelle classi per i peggiori, è il normalien, il polytechnicien che ha tutto nella vita semplicemente per essere stato uno studente modello dai 10 ai 18 anni, il bravo bambino per bene, studioso e diligente, che ha fatto quello che gli è stato chiesto di fare, presto e bene. Ha allora vinto un concorso per entrare in una delle grandi scuole della République e la sua vita si è sistemata per sempre. Lui no, lui ha dovuto sempre lottare. E dove erano Voltaire, Rousseau e tutti i paladini della laicità e della République in quei momenti? A prendere un caffè in un bar della capitale, lontani, a lavorare di penna e di matita mentre lui doveva lavorare di notte in un deposito freddo ed inospitale per pochi spicci. Non è quindi una questione solamente di integrazione: l’integrazione è vista non solo come assimilazione ma soprattutto come asservimento. Non è l’assimilazione del figlio (o nipote) di algerini che è diventato agrégé, ma l’asservimento di chi porta le pizze la sera ai giovani agrégés, che nelle scuole di Voltaire, Rousseau e Diderot lava i cessi.

Sono vittime i terroristi? No, loro sono i carnefici. Carnefici indottrinati da tante falsità e da tanti sofismi. Carnefici che hanno risposto allo stato che li ha emarginati, che li ha classificati ZEP, rispondendo presente al nuovo califfato dell’ISI (sentite cosa dice il terrorista dell’HyperCacher a tal proposito). Carnefici che sono stati nutriti dalla manipolazione dell’ebreo cattivo.

Ma se veramente si vuole combattere questo terrorismo, non lo si può fare solamente con i controlli dei servizi segreti: non si potranno mettere dieci poliziotti a controllare ogni potenziale terrorista. Non possiamo rispondere con l’asservimento ad uno stato di polizia. Non ho risposte univoche, ma un punto ineludibile è che si riscopra il valore sociale dell’educazione. Educazione non solo come “riuscita scolastica” però. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi, ahimé.

I terroristi, poi, mi sembrano sempre uguali, islamisti o brigadisti. Ma questo non voglio dirlo a parole, lo ha detto meglio di me Brassens. E come dice la canzone (nella traduzione più nota in Italia fatta da De André):

E voi gli sputafuoco, e voi i nuovi santi 
crepate pure per primi noi vi cediamo il passo 
però per gentilezza lasciate vivere gli altri 
la vita è grosso modo il loro unico lusso 
tanto più che la carogna è già abbastanza attenta 
non c'è nessun bisogno di reggerle la falce 
 basta con le garrote in nome della pace 



venerdì 30 agosto 2013

Nuovo sito

Ho deciso di aprirmi un sito personale sulle attività scientifiche, molto spartano ed essenziale. La prima versione è online da ieri sera. Si intitola semplicemente "Theoretical Chemistry & Modeling in Evry".

martedì 6 agosto 2013

De Gregori e la massa di sinistra

Che cosa ha detto di tanto grave De Gregori nell’intervista estiva uscita sul Corriere della Sera lo scorso 31 luglio da aver scatenato una tale ondata di risposte, soprattutto tra il cosiddetto popolo della rete (quello se-dicente di sinistra)? Ha detto forse quello che in molti pensano ma in pochi dicono, o perché non sanno come dirlo o perché pensano che dirlo sia poco ‘corretto’, quasi vergognandosene. Il grande merito di questa intervista è forse stato proprio quello di esser riuscita a mettere nero su bianco il malessere più nascosto di una parte, non so quanto consistente, dell’elettorato ‘storico’ del centrosinistra (storico perché forse non è già più un suo elettorato). Perché forse bisognerebbe iniziare a dire che ad una parte del centrosinistra che sente il “maldipancia” del governo delle larghe intese, ce n’è una che, pur non essendo esaltata da questa situazione, la percepisce come il male minore dopo la sconfitta elettorale e vorrebbe, soprattutto, che si possano mettere a frutto quei paradossi che questa situazione anomala ha generato magari. Era quella parte, silente ma chissà quanto consistente, che già prima delle elezioni non vedeva male un governo post-elettorale fondato sull’alleanza tra il PD e Scelta Civica. Alleanza che tutti pensavano inevitabile, ma che lo stallo al Senato ha reso non sufficiente.

(continua su iMille)

giovedì 25 luglio 2013

L’avanzata frontista incombe sulla Francia



Un segnale preoccupante per la Francia e l’Europa è arrivato alcune domeniche fa da Villeneuve-sur-Lot, una ridente cittadina dell’Aquitania. Questa era, infatti, la circoscrizione elettorale dove era stato ri-eletto deputato nel 2008 Jerome Cahuzac. Di questa circoscrizione era stato deputato dal 1997 al 2002 e poi dal 2010 e dell’omonimo comune era stato anche sindaco dal 2001 al 2012. Jerome Cahuzac era anche il ministro del Budget del governo socialista di Jean-Marc Ayrault finché non è stato travolto da un “piccolo” scandalo finanziario, scandalo che ha nuociuto enormemente sia al governo sia all’immagine del presidente Hollande. In cosa consiste lo scandalo (detto anche “affaire Cahuzac”) è presto detto. Nel dicembre 2012 viene accusato dal giornale Mediapart di frode fiscale e in particolare di avere dei conti all’estero usati per eludere il fisco francese (per le sue attività professionali di medico). Dopo aver negato, e dopo che Hollande e Ayrault avevano annunciato che si fidavano dell’estraneità dichiarata dal proprio ministro, è costretto in marzo ad ammettere la frode fiscale e a dimettersi da ministro. Il 9 aprile viene espulso dal Partito Socialista e rinuncia, sotto la pressione del suo stesso partito e in particolare del presidente dell’Assemblea Nazionale, il socialista Claude Bertolone, a riprendere il suo seggio da deputato (in Francia, infatti, i deputati quando diventano ministri non fanno più i deputati, lasciando il posto ad un “supplente”, ma quando non sono più ministri possono recuperare il proprio seggio). (continua su iMille)

giovedì 18 luglio 2013

Un vero chimico?

Ho il mio primo articolo di chimica organica, che uscirà a breve su Tetrahedron Letters. Io ho fatto alcuni semplici conti per convalidare dei meccanismi di reazione proposti, ma vale lo stesso per essere un chimico a tutti gli effetti?

Si sa che i chimici-fisici non sono proprio dei chimici (poi figuriamoci i teorici ...), ma la chimica organica è quella vera, dove ci si sporca le mani. Certo io ero tranquillamente seduto su una sedia a costruire le molecole e far girare dei conticini, però questo da fuori non si vede! Quindi ho un articolo di chimica organica. Finalmente un "vero chimico"?

lunedì 13 maggio 2013

Verso il congresso (2)



Il senso di un segretario. Qual è ? Spesso viene identificato come il leader e nella visione veltroniana del PD il segretario è leader e quindi candidato premier. Una visione di un PD che non fa alleanze, che nasce per inglobare. Un PD cui però è mancato un organizzatore. Bersani è stato in mezzo al guado. Da una parte visto come il leader, ma dall'altra, per sua stessa ammissione, non come unica punta ma come colui che tiene insieme la baracca. E' rimasto però in mezzo, e quindi né carne né pesce. Né leader carismatico (e lo abbiamo visto), né organizzatore (e anche questo li si è visto).

Ora è chiaro che un partito ha bisogno di entrambe le figure e che è difficile che un leader carismatico sia un grande organizzatore o comunque qualcuno che tiene le fila delle varie anime, come è difficile che un organizzatore sia un leader carismatico. Nella tradizione della sinistra italiana del dopoguerra il segretario era il leader (Togliatti, Longo, Berlinguer) ma aveva dietro un organizzatore. Un organizzatore che però non doveva tenere conto di troppe anime. Il PCI pur sotto il centralismo democratico aveva delle "anime" ma poche e ben salde intorno alla centralità del suo segretario. La DC invece funzionava diversamente, tante anime, tante correnti, tante visioni del mondo anche molto diverse tenute insieme. Con un segretario che tesseva la fila e poi altri che diventavano primi ministri (l'Andreotti che proprio in questi giorni ricordiamo essere stato sette volte primo ministro non è mai stato segretario del partito), partito che non poteva reggere un segretario-premier (e infatti quando fu primo ministro De Mita la DC fibrillò non poco). Ora il PD se vuole mantenere la sua vocazione plurale (e quindi maggioritaria) forse dovrebbe (paradossalmente) cambiare sistema: avere un segretario che rifletta le anime, che ne faciliti la dialettica per giungere ad una visione politica necessariamente complessa ma non contraddittoria e cacofonica, e un candidato premier che ne sia il leader.

E se vogliamo vedere a quel Partito Democratico che, piaccia o no, è il riferimento internazionale del PD italiano, ovvero i Democrats americani, questi hanno un chairman e un candidato presidente che non coincidono.

Se invece si vuole un partito più cementato intorno ad un unico scopo, allora il segretario-leader è un modello migliore. Come sempre, prima di chi, prima di "dieci misure concrete", bisognerebbe capire come il partito vede se stesso e il mondo.