riccardo @ paris
lunedì 13 maggio 2013
Verso il congresso (2)
Il senso di un segretario. Qual è ? Spesso viene identificato come il leader e nella visione veltroniana del PD il segretario è leader e quindi candidato premier. Una visione di un PD che non fa alleanze, che nasce per inglobare. Un PD cui però è mancato un organizzatore. Bersani è stato in mezzo al guado. Da una parte visto come il leader, ma dall'altra, per sua stessa ammissione, non come unica punta ma come colui che tiene insieme la baracca. E' rimasto però in mezzo, e quindi né carne né pesce. Né leader carismatico (e lo abbiamo visto), né organizzatore (e anche questo li si è visto).
Ora è chiaro che un partito ha bisogno di entrambe le figure e che è difficile che un leader carismatico sia un grande organizzatore o comunque qualcuno che tiene le fila delle varie anime, come è difficile che un organizzatore sia un leader carismatico. Nella tradizione della sinistra italiana del dopoguerra il segretario era il leader (Togliatti, Longo, Berlinguer) ma aveva dietro un organizzatore. Un organizzatore che però non doveva tenere conto di troppe anime. Il PCI pur sotto il centralismo democratico aveva delle "anime" ma poche e ben salde intorno alla centralità del suo segretario. La DC invece funzionava diversamente, tante anime, tante correnti, tante visioni del mondo anche molto diverse tenute insieme. Con un segretario che tesseva la fila e poi altri che diventavano primi ministri (l'Andreotti che proprio in questi giorni ricordiamo essere stato sette volte primo ministro non è mai stato segretario del partito), partito che non poteva reggere un segretario-premier (e infatti quando fu primo ministro De Mita la DC fibrillò non poco). Ora il PD se vuole mantenere la sua vocazione plurale (e quindi maggioritaria) forse dovrebbe (paradossalmente) cambiare sistema: avere un segretario che rifletta le anime, che ne faciliti la dialettica per giungere ad una visione politica necessariamente complessa ma non contraddittoria e cacofonica, e un candidato premier che ne sia il leader.
E se vogliamo vedere a quel Partito Democratico che, piaccia o no, è il riferimento internazionale del PD italiano, ovvero i Democrats americani, questi hanno un chairman e un candidato presidente che non coincidono.
Se invece si vuole un partito più cementato intorno ad un unico scopo, allora il segretario-leader è un modello migliore. Come sempre, prima di chi, prima di "dieci misure concrete", bisognerebbe capire come il partito vede se stesso e il mondo.
Verso il congresso (1)

Con l’assemblea nazionale di ieri si è aperta la strada che porterà al congresso autunnale del Partito Democratico. L’elezione di Guglielmo Epifani a segretario del partito è da cogliersi da una parte con preoccupazione ma dall’altra con speranza. La preoccupazione è principalmente di natura simbolica e pre-giudiziale, data dalla provenienza di Epifani, inutile nasconderlo. La fusione tra CGIL e il partito del centro-sinistra non fa bene a nessuno e soprattutto, oggi, al partito. E’ vero che la visione che si ha nella vulgata della CGIL (che è in questi mesi soprattutto quella della FIOM di Landini) non rappresenta la realtà del sindacato stesso. Però è anche vero che una parte consistente (forse la più consistente) dell’elettorato del PD proviene da lavoratori dipendenti e pensionati, quindi da quella fascia socio-economica che è rappresentata dai sindacati tradizionali. Se quindi il significato della scelta dell’ex segretario generale della CGIL, è quello di ripiegarsi sul proprio elettorato tradizionale, non possiamo essere ottimisti. E ripeto, non per la categoria socio-economica (a cui poi, tra l’altro, posso anche dire di appartenere, anche se in un altro stato), né perché ho nulla contro la CGIL, ma per l’atto di rifugiarvisi, dello scegliere come segretario il simbolo di quell’organizzazione il cui giusto ruolo è di difendere le conquiste politico-sociali del proprio zoccolo duro elettorale. Potrebbe sembrare anzi logico, ma è un simbolo di difesa, di chi è all’angolo e si affida alla sicurezza del proprio “elettorato sicuro” o quantomeno percepito come sicuro.
Però si può vedere il lato positivo della scelta. Quello di affidarsi all’esperienza organizzativa della CGIL. L’organizzazione del PD, diciamolo, è stata in questi sei anni di vita totalmente assente. Basata sui personalismi e senza nessuna struttura che trascenda i rapporti diretti per il bene di un organismo più grande. Il sindacato italiano è forse l’ultima struttura della sinistra organizzata. E, infatti, di organizzazione ha parlato Epifani nel suo intervento di Roma. Organizzazione del partito e organizzazione del congresso. Speriamo.
Voglio chiudere queste prime note di avvicinamento al congresso che inauguro oggi con un secondo segnale positivo dato da Epifani. Che il congresso sia un congresso dove si capisca cosa è il centro-sinistra oggi, che si parta dalla realtà, dall’analisi della realtà sociale, economica, internazionale, per discutere la linea. E che i nomi siano una conseguenza e non una premessa. Se diventerà un congresso come nel 2009, ovvero unicamente basato sul candidato segretario e sulla lista della spesa (i programmi) di ogni candidato sarà una seconda (e forse ultima) occasione mancata. Perché ridurre la politica ai “programmi” (che è il metodo grillino) è la fine della politica e della visione che è la pre-condizione da cui discendono le azioni e quindi la distinzione tra le famiglie politiche. E oggi non mancano i motivi e gli spunti per iniziare una discussione seria che parta dai principi primi del senso della sinistra. Non solo rimettendo al centro il cuore dell’essere di sinistra (ovvero quello che oggi ricordava Giuliano Amato, volere una società dove anche il figlio di chi sta sotto con il merito può arrivare dove sta il figlio di chi sta sopra) ma ricontestualizzando la crisi italiana ed europea in un mondo che cambia, in rapporti economici e produttivi diversi da quelli non solo degli anni 70 ma anche degli anni 90.
Ecco, usiamo un congresso per guardare con occhio critico concetti “naturali” come quelli di produttività, risorse, industrializzazione e ricordarci come tante conquiste sociali derivano da quel modello produttivo che muta in un mondo diverso.
Se il PD parlerà di questo e non di un candidato contro l’altro, un gruppo contro l’altro, allora avrà usato questo momento forte del congresso per fare del bene a sé e all’Italia. Altrimenti forse neanche esisterà più, o sarà veramente uno zombie come vorrebbe l’ex comico genovese. Epifani sembra rendersi conto di questo. Almeno questo è un buon inizio. Speriamo.
martedì 7 maggio 2013
Andreotti, l'anti-divo

Ieri è morto Giulio Andreotti, e subito sono iniziate lodi e critiche (per non parlare delle ingiurie, di cui si farebbe volentieri a meno) su quello che è stato indubbiamente uno degli attori principali della vita politica italiana. Figura centrale, soprattutto, in quel lungo periodo che va dagli anni sessanta alla prima metà degli anni novanta, fu ben sette volte presidente del consiglio, anche se per un totale di circa sette anni e mezzo, e sempre in primo piano nei governi della Repubblica. Il rappresentante classico di quella stabilità sostanziale della Prima Repubblica che si celava dietro una formale instabilità, che ben incarnava il senso costituzionale del Presidente del Consiglio dei Ministri (senso che è ancora formalmente lo stesso nella Costituzione Italiana).
(continua su iMille)
martedì 23 aprile 2013
Napolitano e la rotta del governo
“Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere
atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o
presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a
sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque
prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si
preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori,
non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle
elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze
diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia”.
continua su iMille.
continua su iMille.
martedì 19 marzo 2013
"Rapporto morale"
Ieri, alla scadenza del mandato del segretario politico del circolo PD Parigi, si è svolta l'elezione per il rinnovo delle cariche. Compiuto questo lungo mandato, iniziato nel gennaio 2009, ho lasciato a nuovi e più motivati democratici. Tanto per capire quanto volubile sia l'Italia, in questo breve periodo ho visto passare due governi (Berlusconi, Monti) e tre segretari del PD (Veltroni, Franceschini, Bersani). Seguendo la regola delle Assemblee Genereali (AG) francesi, in qualità di presidente ho aperto la serata con un breve intervento, chiamato appunto "rapporto morale" che riporto di seguito. Ma i miei pochi lettori possono stare tranquilli, non mi ritiro a vita privata ...
Questo rapporto morale annuale che mi sto accingendo a tenere come Presidente dell’Associazione Democratici Parigi e del Circolo PD Parigi assume, per me, un valore diverso. Perché sarà il mio ultimo come presidente dell’Associazione e del Circolo. E’ venuto il momento di rinnovare le cariche e, come avevo annunciato già dall’autunno, non chiederò di rinnovare il mio mandato di presidente. I motivi sono tanti e dipendono sia da motivi locali sia nazionali sia, soprattutto, personali. E non credo siano poi interesse per molti.
Passo quindi
oltre e vorrei essere breve, proponendo alcuni spunti che spero potranno
indurre ad una qualche riflessine, spunti nati soprattutto dall’ultimo anno di
attività. Spero di poter dare così il mio contributo per aiutare la navigazione
nel futuro, che non sarà facile, vista la situazione politica in Italia e in
Europa. Ma non voglio tediarvi con un lungo discorso. Proverò ad essere breve e
mi limiterò a condurre un ragionamento usando quattro semplici parole.
1. Hybris. Pensare di essere i
migliori, diversi, unici. Superiori ad altri e quindi perdere la testa per la
propria tracotanza. E’ la hybris
anche di chi si sente puro e immacolato. Ma la politica, come qualsiasi nostra
attività sociale, dal luogo di lavoro al condominio, è sporcarsi le mani. Ho
letto da qualche parte : ‘La giustizia non è il diritto, non è la legge, perché
mentre la legge è uguale per tutti, la giustizia incontra l’altro nella sua
singolarità e nella sua differenza.’ Chi si sente puro non ha occhi per capire
il mondo, resta nella sua torre ad emanare editti assoluti e terribili.
Cerchiamo di guardare e, per quello che possiamo, agire nel mondo che ci
circonda spinti da ideali come Giustizia e Onestà, ma non confondendo la legge
con la Giustizia, i regolamenti con le Regole; cerchiamo di non confondere un
principio, che come tale è irraggiungibile nei fatti, con l’intransigenza che
facilmente accompagna l’attuazione assoluta di un principio assoluto, intransigenza
che non solo è lontana dal principio, ma, mentre ci fa credere di portarci
molto vicino al principio, ce ne allontana. E’ la tracotanza che può farci
perdere nel senso morale dell’azione politica. Un tema molto scivoloso e molto
più difficile di quanto potrebbe sembrare. Come abbiamo provato con difficoltà
a barcamenarci tra questi difficili scogli non lo so. Sarà ad ognuno di noi
provare a rifletterci. E cercare di tenerlo a mente per il futuro.
2. Società Civile. Guardiamo come anche
al livello nazionale le associazioni si sono trasformate : da parallele
alla politica, da luogo dove si agisce nella società per la società e per l’azione,
a qualcosa di molto più commisto con il potere. Questa commistione è
parzialmente un elemento positivo che ci dovrebbe anche far riflettere su
possibili strumentalizzazioni dell’azione sociale a fini personali. Se abbiamo
parlato e visto usare partiti come taxi, rischiamo forse nel futuro prossimo di
trovarci con associazioni usate come taxi. E dall’eccesso di professionismo
della politica si rischia di passare all’altro eccesso di ‘uno vale uno’, che
mi sembra piuttosto “uno vale l’altro”, all’improvvisazione, alla banalità del
cittadino. Poi ho paura che si rimpiangeranno tra non molto le ‘intelligenze
irpine’. Non è facile proteggersi dalla scure della semplificazione, dal
manicheismo inevitabile che si manifesta quando si esasperano e si esagerano i
sensi delle cose e delle parole. Quando si è esasperati poi inevitabilmente si
esaspera. Quando la società è in crisi si cercano facili capri espiatori. A
volte non del tutto incolpevoli, lungi da me difendere certa classe politica,
ma questa andrebbe sostituita con una classe politica parimenti (se non più) professionale,
abile, consapevole. E il venire da un’associazione, da una parte di realtà non
è detto che sia a priori garanzia. Gli ultimi venti anni dovrebbero avercelo
insegnato.
3.Sirene. Sono le sirene della
« democrazia diretta » e i subdoli pericoli che ne sono celati.
Guardiamo la storia dell’uomo, senza la superiorità supponente di uomini di un
presente inopinatamente diverso. Guardiamo i « cittadini
Robespierre », i plebisciti napoleonici o gaullisti, il popolo e il
peronismo, guardiamo qual è il risvolto dell’appellarsi direttamente al popolo
senza la fatica delle mediazioni. Ecco, la fatica, lo studio, sono il contrario
del tutto e subito, malattia che sembra essersi istallata in modo sempre più
stabile e preoccupante nella vita pubblica italiana, dal piccolo al grande. Le
riflessioni, gli studi, il saper attendere, preamboli inevitabili per azioni
durature, sono faticose e l’impazienza dell’infinito presente non sembra
volerle ammettere. Per questo bisogna avere il coraggio di saper aspettare, di
‘saltare un giro alle elezioni’ o di passare la mano, di guardare la realtà con
occhio più distaccato, meno presi dalle contingenze. Lo stato di perenne
urgenza, l’emergenza assurta a sistema, non sono condizioni che possono far nascere
qualcosa di stabile e positivo. Dovremmo saperlo bene. Basta studiare la storia
del passato recente o remoto. Basta scorrere le righe di chi prima di noi si è
trovato in situazioni analoghe.
4.Europa. La politica italiana,
l’abbiamo capito, purtroppo, è un navigare a vista di mese in mese, di
settimana in settimana. Ci perdiamo a volte in ipotesi e complotti, in scenari
e scandali. Ma dovremmo forse ritornare, ripensare ognuno di noi, il senso
della nostra azione politica qui all’estero. Sarà sicuramente un senso diverso
per ciascuno di noi. Una motivazione sicuramente importante, che è stata una
delle motivazioni fondanti il circolo, è quella legata all’Europa. Spinti da un
bisogno di politica come espressione tangibile di una cittadinanza europea ci
siamo messi qui a fare politica per il PD all’estero. Cerchiamo perciò di
uscire dalle piccole beghe italiane, e usiamo la nostra posizione favorevole
per dare il nostro contributo alla creazione di uno spazio politico europeo. Le
possibilità non ci mancano, con il PS e gli altri partiti socialisti europei
qui presenti sta già cominciando un cammino che ci porterà alle prossime
elezioni europee del 2014. Cerchiamo di farne un momento di costruzione di una
coscienza politica socialista europea, ricordando (come ce lo ricorda la
bocciatura del bilancio da parte del parlamento europeo) che non ci vuole meno Europa
ma più democrazia in Europa e pedagogia sull’Europa.
Chiudo qui e
faccio gli auguri al prossimo segretario, ne avrà bisogno per navigare in una
stagione politica che non sarà facile né, temo, entusiasmante.
venerdì 22 febbraio 2013
Università e Ricerca nel progetto del PD
Lunedì a Napoli è stato presentato il progetto del PD su Università e Ricerca, programma che si può trovare (e scaricare) in rete.
Il tema dell’Università e della Ricerca non è marginale nell’idea di Italia che mostra avere il Partito Democratico, come lo prova anche la grande attività di Marco Meloni e Maria Chiara Carrozza, rispettivamente responsabile nella segreteria e presidente del Forum su Università e Ricerca del partito. I due infatti, da soli o insieme, stanno girando l’Italia e non solo (si sono recati anche a Parigi, Bruxelles, Londra e Monaco di Baviera per incontrare tanti italiani all’estero che lavorano nelle università e nei centri di ricerca d’Europa), per spiegare come e perché il PD vuole dare centralità all’insegnamento universitario e alla ricerca.
Il programma presentato brevemente nel 2011 (ne abbiamo parlato in un precedente articolo ) è ora espanso e approfondito. Si parte da una constatazione, non solo sul numero di iscritti, ma soprattutto su quanti sono beneficiari di un aiuto: troppo pochi perché lo studio universitario sia veramente un diritto. Rilanciare il diritto allo studio è infatti una delle preoccupazioni principali. Ma più in generale ‘invertire la rotta’ è la parola centrale del documento. Invertirla sul modo di garantire il diritto allo studio ma non tanto quanto principio astratto (o peggio terribilmente concreto nell’inutile e dannoso ‘diritto al diploma’) ma perché si è consapevoli che l’idea per cui “non serve la laurea per fare le scarpe” è alla base della spirale economico-industriale (perché spirale culturale) in cui sta affossando l’Italia, il suo sistema produttivo e più in generale la società. Traspare, finalmente, la consapevolezza che l’Università del presente in Europa è ben diversa dall’Università italiana dei ‘dottori’, o meglio dell’Università di élite, e perciò bisogna fare proprio il senso dell’Università di massa, che non esclude differenziazioni, al contrario: ‘dobbiamo scoprire la differenziazione: l’università che forma un ampio numero di laureati non è più la stessa di cinquant’anni fa’.
(continua su iMille)
Il tema dell’Università e della Ricerca non è marginale nell’idea di Italia che mostra avere il Partito Democratico, come lo prova anche la grande attività di Marco Meloni e Maria Chiara Carrozza, rispettivamente responsabile nella segreteria e presidente del Forum su Università e Ricerca del partito. I due infatti, da soli o insieme, stanno girando l’Italia e non solo (si sono recati anche a Parigi, Bruxelles, Londra e Monaco di Baviera per incontrare tanti italiani all’estero che lavorano nelle università e nei centri di ricerca d’Europa), per spiegare come e perché il PD vuole dare centralità all’insegnamento universitario e alla ricerca.
Il programma presentato brevemente nel 2011 (ne abbiamo parlato in un precedente articolo ) è ora espanso e approfondito. Si parte da una constatazione, non solo sul numero di iscritti, ma soprattutto su quanti sono beneficiari di un aiuto: troppo pochi perché lo studio universitario sia veramente un diritto. Rilanciare il diritto allo studio è infatti una delle preoccupazioni principali. Ma più in generale ‘invertire la rotta’ è la parola centrale del documento. Invertirla sul modo di garantire il diritto allo studio ma non tanto quanto principio astratto (o peggio terribilmente concreto nell’inutile e dannoso ‘diritto al diploma’) ma perché si è consapevoli che l’idea per cui “non serve la laurea per fare le scarpe” è alla base della spirale economico-industriale (perché spirale culturale) in cui sta affossando l’Italia, il suo sistema produttivo e più in generale la società. Traspare, finalmente, la consapevolezza che l’Università del presente in Europa è ben diversa dall’Università italiana dei ‘dottori’, o meglio dell’Università di élite, e perciò bisogna fare proprio il senso dell’Università di massa, che non esclude differenziazioni, al contrario: ‘dobbiamo scoprire la differenziazione: l’università che forma un ampio numero di laureati non è più la stessa di cinquant’anni fa’.
(continua su iMille)
martedì 12 febbraio 2013
Iscriviti a:
Post (Atom)

.jpg)
