domenica 27 giugno 2010

Il finto paradosso dell’Università italiana

Quando, come accaduto nella recente e animata discussione sulla proposta del PD del pensionamento dei professori universitari a 65 anni, si critica a fondo il sistema universitario italiano e si fa notare come esso sia molto indietro rispetto a quello degli altri paesi sviluppati, quasi sempre, ad un certo punto, qualcuno si rivolge, spesso a chi critica lavorando nel sistema universitario di un altro paese, con un’affermazione che sembra (o vorrebbe) porre fine alla discussione: “come mai nelle Università straniere vi hanno preso se quella italiana da cui magari siete usciti è così scassata come dite?”.
Questa domanda è chiaramente due volte provocatoria, perché sembra proporre il seguente scenario: l’Università italiana non è così “scassata”, visto che produce ricercatori migliori di quelli dei paesi dove vanno, di conseguenza si tiene i “migliori” per produrre ricercatori migliori di quelli degli altri paesi e quindi, voi che siete usciti, non siete i migliori del sistema ma gli “avanzi” che utilizzano poi argomenti falsi per tentare di screditare chi è restato e prendergli il posto.
L’equazione semplice buona università = buoni ricercatori non è però così immediata come potrebbe sembrare.
Che gli studenti che escono dalle Università italiane (o quanto meno dalle maggiori università italiane) siano di ottimo livello, quanto meno nelle facoltà scientifiche, non è un mistero per nessuno. Questo però ha una origine meno lineare di quanto si possa credere guardando il sistema dall’esterno.
I professori universitari italiani, anche quando non facciano più ricerca da anni, per tradizione sono molto duri ed esigenti nei risultati dei corsi, dando molto da studiare e lasciando gli studenti in balia di loro stessi. Una selezione naturale che fa si’ che molti siano scoraggiati i primi anni e quindi chi riesce a sopravvivere ha un’ottima preparazione, o perché è sempre stato bravo e autonomo oppure perché ha dovuto imparare a diventarlo. Quando quindi si mette vicino ai “medi” diplomati stranieri, il laureato italiano ha una preparazione superiore non solo e non tanto nelle conoscenze, ma soprattutto nell’abitudine a “lottare” per conquistarsi ogni cosa.
Questo aspetto molto “all’antica” dell’Università è forse una delle poche cose che non si dovrebbe perdere nelle riforme e modifiche, anche se proprio da qui si è cominciato ad agire.
Chi però tiene alto il livello di durezza degli studi, non necessariamente fa ricerca di alto livello, non necessariamente è in collegamento con le grandi tematiche internazionali, non necessariamente cercherà di avere nei propri dipartimenti i “migliori ricercatori”. Gli sono sufficienti degli eredi che portino avanti senza grandi slanci un po’ di ricerca e siano duri con gli studenti (una durezza che è anche facile a farsi, perché non aiutare e fare corsi duri non richiede un grande sforzo).
Il paradosso dell’Università “scadente” che produce ricercatori apprezzati all’estero è, come sempre per i paradossi, basato su preconcetti che si possono smontare analizzando i fatti.

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