domenica 1 novembre 2009

Noi, Rutelli e il senso del PD

Ovvero, gli innovatori, l’uscita di Rutelli dal PD e il senso del partito tra identitario e maggioritario. Una disamina necessaria, nel suo piccolo, che nasce dalle ultime discussioni tra militanti e simpatizzanti che tanto si sono impegnati in questi ultimi mesi per rilanciare il PD e che ora hanno qualche timore. Militanti e simpatizzanti che appoggiavano la candidatura di Marino ma non solo. Perché ci sono innovatori (e conservatori) in tutti i campi, da qualche parte di più da qualche parte di meno.

Cerco di partire dalla fine, ovvero dal senso del partito. Certamente il voto ha fatto vincere il partito "quadrato", che è solido al suo interno e che poi si allea con i partiti che hanno identità diverse (anziché cercare di inglobarli come sarebbe dovuto essere e che non è stato neanche nel PD veltroniano) ma possibili comuni affinità (anche se continuo a non trovare alcuna affinità culturale con l'UDC, mentre le posso trovare con gli altri gruppi/partiti del centrosinistra). E' la risposta della conservazione e della paura. Conservazione ovvero difesa quasi comprensibile, davanti agli attacchi di Berlusconi molti hanno preferito "l'usato sicuro" a nuove macchine già usurate (Franceschini) o nuove macchine ignote (Marino). Però questa è la democrazia e non ci sono altri partiti che la applichino al proprio interno quanto e come il PD. Non ci sono altre strade quindi se non quella di impegnarsi perché i rapporti di forza si invertano. Per mostrare che la "macchina nuova" (nuova non tanto intesa in senso di novità in sé, ma di diversa concezione, moderna, della sinistra) è meglio della macchina "usata", perché non solo (e non tanto) quella usata non potrà vincere le elezioni (cosa che non mi auguro, ma è da molti usato come un argomento che però è tutto da dimostrare , e quindi non è un argomento probante) ma soprattutto perché è un "conservatorismo sociale" mascherato con la parola progressismo. Senza contare che mantenendo un certo modo di gestione del potere e concezione della società, anche le vittorie elettorali diventano poi sconfitte prima culturali e poi politiche (e l'esempio del fallimento del secondo governo Prodi è il più noto e paradigmatico, ma ci aggiungerei i tanti governi regionali e locali, Penati, Bassolino etc ...).
Perché, il PD al governo dovrebbe contrastare culturalmente e quindi politicamente, nella società, la Lega al nord e il clientelismo baronale al sud. Ma non ha fatto nessuna delle due cose, e il nostro sentimento (e timore) è che il "nuovo corso" continuerà a non farlo.

Quindi NOI. Ecco noi dovremmo cominciare rendendo per quanto possibile visibile e concreta la nuova sinistra moderna. E organizzandoci perché questo sia a conoscenza dei tanti militanti e simpatizzanti che credono, al di là dello specifico della mozione congressuale che hanno sostenuto, a volte timidamente a volte visceralmente, così da aggregare quanti abbiano la stessa visione del PD. Certo ora siamo "minoranza interna" che non è associata alla dirigenza. Questo non vuol dire essere avulsi al partito, al contrario. Bisognerà entrare ovunque sia possibile e sia sensato farlo, ovvero ovunque la nostra presenza non sia solo di facciata (o peggio ancora un avallo alla continuità della gestione attuale), fare politica nei circoli, nelle città, tra le persone vere, per continuare a crescere. E chi può e chi vuole deve iniziare a candidarsi per le cariche elettive, ad ogni livello. Sia interne, sia soprattutto esterne. Sembra folle, ma bisogna iniziare a pensarci concretamente, trovando le persone disposte a perdere tempo, denaro, sonno, fatica, per candidarsi quando e dove ci sono le condizioni.

Per finire, Rutelli. Le considerazioni di Rutelli nulla hanno a che vedere con questo discorso. Anche se apparentemente alcune sue parole potrebbero far pensare al contrario. Ma quando si leggono alcune interviste bisogna trascendere dalle frasi spesso sensate in sé e riportarle al contesto (e alla credibilità) di chi le afferma. Soprattutto verrebbe da chiedersi: perché non l'ha fatto in questa lunga campagna? Perché non si è speso per il candidato che non riporterebbe il PD ad essere una continuazione dei DS (per citare le sue parole)? Forse perché non avrebbe avuto la credibilità in una campagna di confronto. Nelle sue dichiarazioni abbondano banalità che si contrappongono a banalità. Dice che il PD non è diventato quello che voleva. Ma ci ha mai raccontato quale PD voleva? E si è mai chiesto se i democratici volevano il PD che lui voleva? E lui in questi anni dove viveva? Non mi risulta sia stato in Africa a fare volontariato e sia tornato ieri. E' stato candidato sindaco di Roma dal PD poco più di un anno fa, ed ha perso. E' stato candidato (ed eletto in un seggio sicurissimo) senatore in umbria e si è preso la presidenza del COPASIR (proprio poco dopo aver perso le elezioni di Roma consegnando la città alla Destra). Questo per dire non gli sono mancati gli spazi per rappresentare il PD che dice che vorrebbe o, a questo punto, che avrebbe voluto. La banalità sta nell’utilizzare frasi per semplificare, per cui lui rappresenta (o meglio direi rappresenterebbe) i “ceti produttivi”. Ovvero? E gli operai bersaniani o i precari mariniani o gli insegnanti franceschiniani cosa sarebbero, scarti, improduttivi? Questo è il peggiore degli effetti del berlusconismo: ridurre tutto a contrapposizioni (sterili) tra nomi. Che sono ovviamente “irriducibili”.
Se vogliamo ridurre al senso politico direi che Rutelli ha fatto una battaglia e l'ha persa. Anche se forse sarebbe più onesto dire che la battaglia non l’ha neanche mai iniziata, almeno alla luce del sole.

Per questo sono due aspetti diversi, Rutelli e l’azione degli innovatori nel PD. Rutelli se ne va forse perché preferisce essere un capetto in un piccolo partito che combattere in uno più grande. Altro il problema degli innovatori (di ogni “estrazione” congressuale) di un possibile ripiegamento del PD (purtroppo possibile naturale conseguenza di ripiegamento della società italiana) verso soluzioni più "tranquille" dove le "cordate" di sempre stanno insieme e poi i partiti "tradizionali" si alleano. Il che non è di per sé un male, ma lo è nella misura in cui (perdonatemi il francesismo) il modo di concepire i partiti (e i rapporti tra i partiti) rispecchia (e genera) una società statica e ferma.
Ovvero conservatrice. Ovvero, di destra.
Ovvero quello che noi che vorremmo un PD (e una società) moderna, democratica, laica e di sinistra combattiamo dalla nascita. E continueremo a fare.

3 commenti:

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