mercoledì 21 marzo 2012

Giornata della poesia: Mino Blunda



Oggi è la giornata mondiale della poesia. Alcuni la dedicano ad Alda Merini, nata oggi. Altri a Tonino Guerra, morto oggi.

Io voglio rivolgere il mio modesto pensiero a Mino Blunda. Drammaturgo, scrittore, anche poeta, nato a Trapani ma cresciuto a Paceco, di cui era originaria la famiglia. Lo voglio fare perché ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente, circa venti anni fa. Ero ragazzino, ad Erice c'era un fermento culturale grazie a "La Zattera di Babele", un eterogeneo collettivo, movimento, di teatro, performance, cultura che si diffondeva per le strade del borgo medievale grazie soprattutto al genio di Carlo Quartucci e che ha trovato anche Mino Blunda tra i suoi più fervidi protagonisti.

Mi ricordo di averlo incontrato nella sua casa ericina, una casa di pietra in un tipico cortile ericino, di quelli che ai giorni nostri sono praticamente vuoti, popolati solo da qualche gatto o qualche fiore, ma che una volta, quando mia nonna era piccola, erano stipati di cristiani. Dentro casa i libri si facevano largo ovunque, creavano delle pile che restavano in equilibrio per qualche miracolo, oppure sbucavano come cespugli tra i gradini, in ogni scaffale, su ogni ripiano. Mino Blunda, per me ragazzino un vecchio signore molto gentile che fumava saporitamente un sigaro smozzicato, ci raccontava proprio di Paceco, il suo paese natale giù nella vallata. Ricordo anche un radiodramma, che forse ci diede in omaggio.

Un anziano signore che purtroppo ci ha lasciato nel 2006. E per questo voglio riportare una sua poesia proprio su Paceco che ho trovato grazie alle infinite risorse della rete, intitolata Mi ricordo. Eccola:



Paceco – una scacchiera bianca e nera,
bianche strade di pietra cilindrata,
quattro chiese baronali a guardia.
***
Tetti, tegole muschiate, fazzoletti di terra,
alberelli di limoni, aranci una pergola,
panni stesi, carretti con le stanghe alzate.
***
Convento di san Francesco,
caserma dei Reali Carabinieri,
a cavallo in coppia percorrono
i feudi fuori Paceco.
***
Via XXVIII Ottobre – Municipio
locale a piano terra a destra,
il dazio: un piatto nero portalampada,
una lampadina maculata di cacatine di mosche,
una basculla, un tavolo una mazzetta di bollette.
***
Via Roma – seduti su un sacco vuoto
a gambe aperte sul pietrisco,
davanti telai triangolari cornici di rete metallica,
a riparare dalle schegge delle pietre stritolate
dalle mazze dello spaccapietre.
***
Una botte spartiacqua da un’asta forellata,
la macchina per cilindrare sale e scende
sul pietrisco compatta, frotte di ragazzini scappano al fischio ammonitore,
il guidatore occhialoni di latta e vetro regna.
***
Santo Rocco, quadrivio sgambato
sei e mezzo del mattino,
la corriera di “Bosco – Manzo – Scuderi”
trasporta venditori d’uova,
pionieri coperti da un panno.
***
Santo Rocco, sette e mezzo del mattino
l’autobus Ceirano,
grande cofano, grandi parafanghi, grandi fari,
si riempie di studenti affannati.
***
Via Roma: un torello zigzagando trotterella,
una lunga fune avvolge collo e corna,
Jacu Ciru Colletta, forzuto mascotte del paese,
bestemmiando tira e governa
l’avvio verso la macellazione settimanale.
***
Un biplano decollato
dal campo di aviazione di Milo
passa basso
all’abbeveratoio i carrettieri
trattengono gli animali inquieti.

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