sabato 8 ottobre 2011

Indignarsi nel mondo (una riflessione "comunista")



Per parafrasare un vecchio adagio (ed essere forse troppo ottimisti), si potrebbe in effetti dire che c'è uno "spettro che si aggira" per il mondo, che unisce le piazze di Spagna, Siria, Tunisia, Stati Uniti, persone che vanno in piazza a protestare, "indignate". Seguendo l'esortazione quasi profetica di un recente pamphlet dall'enorme, insperato e soprattutto inimmaginato successo di Stéphane Hessel. Eppure certamente non si possono razionalmente unificare i motivi che hanno spinto i giovani (e meno giovani) di Tunisia, Egitto e Libia, e che spinge ancora quelli di Siria e Yemen a ribellarsi contro le dittature che da decenni dominavano (o dominano ancora) i loro paesi, con le piazze di Madrid e New York, queste ultime spinte più da indignazione che da "normale" rivolta contro il tiranno.
Quindi questa analogia mi pare inutile farla.
I motivi del malcontento occidentale sono diversi, sono nell'esplosione, nel corto-circuito del sistema "produci-consuma-crepa" (per usare ancora un'espressione forte ma evocativa del passato) che sta prosciugando i consumatori proprio perché per aumentare i consumi (diminuendo i prezzi) si è spostata la produzione e quindi si sono "impoveriti" i sistemi industriali. Ma se non si produce poi non si può più consumare. Mentre il crepare non ce lo leva nessuno, in ogni caso.

Per ora questi "indignati" hanno prodotto poco, anzi l'unica cosa è paradossalmente il ritorno della destra in Spagna (prima alle amministrative e molto probabilmente alle prossime politiche) e il rischio della sconfitta di Obama l'anno prossimo; per ora, come già accaduto in passato con il 68 francese, le rivolte anti-sistema rischiano di far tornare al potere i paladini del sistema, coloro che lo rivendicano e l'hanno imposto come pensiero unico e dominante nel mondo.
Ad essere ottimisti certamente si potrebbe sperare che da queste piazze e da queste indignazioni potrà nascere una visione del mondo diversa che superi se non tutte almeno alcune delle ingiustizie dell'oggi. Però ad essere pessimisti si ha purtroppo molto più spesso ragione, e intanto rischiamo che l'indignazione travolga più una sinistra troppo timida nel contrastare il "neo-liberismo" e meno i liberisti "puri e duri", facendoli così trionfare. Almeno nel corto periodo.

Per finire queste brevi (e sempre rare) riflessioni politico-economiche, si potrebbe sperare che lentamente ma inesorabilmente il pensiero dominante smetta di essere dominante e sia così più facile metterlo in discussione e attuare quelle politiche che a volte sembrano "eterodosse" rispetto all'ortodossia liberista. O quanto meno dare spazio all'immaginazione politica necessaria per superare la pigrizia dell'ineluttabilità del presente.

venerdì 7 ottobre 2011

Serbia - Italia 1 - 1




Partita chiaramente caratterizzata da una grandissima tensione iniziale, dopo la guerriglia nazi-fascista dei serbi in Italia dell'andata. Lo stadio di Belgrado, dal nome evocativo (Maracanà), fischia selvaggiamente l'inno italiano, come ci si poteva aspettare dopo i fischi che i "tifosi" serbi avevano riservato all'inno italiano pure nella pallavvolo a Vienna. Non capisco bene le sanzioni sportive (che in quel caso di sportivo avevano ben poco), per cui dopo tutto quello che i serbi hanno fatto a Genova, si gioca il ritorno a Belgrado. Certe squadre andrebbero se non radiate almeno sospese a divinis e la Serbia è sicuramente una di queste.

Da notare (negativamente) poi la qualità di esecuzione degli inni: entrambi (quindi non un boicottaggio musicale) suonati da una banda confusa e stonata. Sicuramente una banda di paese avrebbe potuto fare meglio. Evidentemente le bande serbe sono tutte in giro con Kosturica.

Primo tempo rapidissimo nelle battute iniziali. In un minuto si arriva da quasi gol per la Serbia al vantaggio di Marchisio. L'Italia tiene bene il pallino del gioco per un quarto d'ora ma poi i padroni di casa si riprendono dal colpo iniziale e premono con costanza, soprattutto sulle fasce, meritando il pareggio e finendo da padroni anche del campo di gioco. Il secondo tempo inizia promettendo bene, invece poi entrambe le squadre si placano e tranne un paio di fiammate sembrano accontentarsi del pari.
Ma veniamo alle pagelle per l'Italia.

BUFFON 6.5 Determinante all'inizio, è suo il lancio del vantaggio, e poi sulla punizione di inizio secondo tempo.
CHIELLINI 5.5 Messo a sinistra è sicuramente meglio che al centro (e anche Conte è d'accordo), tanta volontà ma non basta. Si fa poi troppo passare da Krasic che per fortuna sbaglia tanto.
BONUCCI 5.5 Un po' statico e soprattutto confuso quando c'è da cominciare l'azione.
MAGGIO 5.5 Anche dal suo lato la Serbia arriva troppo spesso al cross. In avanti non lo si vede quasi mai. Anche se non ha molti compagni cui fare dei cross, arrivare sul fondo può sempre essere utile.
BARZAGLI 6. Molto attento in fase difensiva, ma nulla di più.
PIRLO 6. Sempre al centro dell'azione, ma non trova mai il passaggio risolutivo.
MARCHISIO 6.5 Il più in palla nel primo tempo, poi cala finché non deve uscire per un problema alla caviglia.
DE ROSSI 6. Anche lui come tutta la squadra fa bene all'inizio ma poi si eclissa. Resta a combattere e prova qualche verticalizzazione anche se senza fortuna.
MONTOLIVO 5. Perso nel centrocampo, mai utile alla causa.
ROSSI 6.5 Il migliore in attacco, pare che non sia al massimo, speriamo lo diventi per gli europei. L'unico che crea pericoli reali là davanti.
CASSANO 5. Sembra iniziare bene, poi si eclissa, mettendosi in un angolo e tentando con dei colpi senza speranza.
GIOVINCO 5. Sostituisce Cassano ma sono in pochi ad accorgersene. Potrebbe segnare il gol-vittoria ma non è abbastanza reattivo.
PRANDELLI 5.5 Dicono che non abbia molte scelte, e comunque l'inizio lo premia. Poi però è troppo lento a cambiare in corsa, e quando lo fa si chiude invece di tentare di vincere.

martedì 4 ottobre 2011

Meglio Fritz Lang di Amanda&Raffaele



Ieri sera tutti quanti in Italia, in televisione come sul web, in una comunanza di intenti e soprattutto morbosità, fremevano nell'attesa della sentenza di appello sull'omicidio di Perugia prima per poi lanciarsi nel solito frullatore di sdegno, collera, lamentele, riprovazione, gli "innocentisti" lamentando una giustizia fallace, i "colpevolisti" prendendosela con gli avvocati.
Francamente in nessun tipo di processo penale capisco come i semplici (tele)spettatori possano prendere posizione, essere "colpevolisti" o "innocentisti", in qualsiasi procedimento, mi sembra assurdo. Su cosa infatti si può basare una o l'altra professione (di fede, in pratica)? Capisco la morbosità, il fascino del giallo, del mistero, del delitto, ma io lascerei queste pulsioni ai libri gialli e ai tanti film e telefilm polizieschi e giudiziari (consiglierei anzi "Delitto e Castigo" e "I Fratelli Karamazov" ai più appassionati).
Quindi ieri sera non mi passava certo per la testa di seguire questa assurda diretta (e assurdo anche l'emettere una sentenza in notturna, mah), anche se mio malgrado ho dovuto vedere come twitter, fb e compagnia cantante fossero completamente monopolizzati da Perugia.
Su Arte, il canale franco-tedesco, davano due film molto belli che non avevo mai visto, di Fritz Lang: I Nibelunghi: la morte di Sigfrido e I Nibelunghi: la vendetta di Crimilde. Due film muti del 1924, in una versione restaurata, con i cartelli in tedesco (con caratteri gotici) tradotti in francese, più di due ore ciascuno, fantozziani se vogliamo scherzare, ma godibilissimi (anche se il secondo iniziava troppo tardi e non ho potuto vederlo tutto). Un modo anche per ritornare su una mitologia che è diventata doppiamente mito con la saga wagneriana e su una storia medioevale che unisce mito e realtà (i burgundi, i sassoni, gli unni con draghi, nani, spade magiche e tesori maledetti).
Insomma sicuramente più interessante ed edificante di un processo penale.

domenica 2 ottobre 2011

Juventus - Milan 2 0, le pagelle



Ottima Juventus nel primo tempo, tiene il pallino del gioco ma non riesce a concretizzare. Meritava sicuramente di più. Il Milan invece tenta di contenere e spera in qualche fiammata lì davanti, ma non ha più Pirlo a fare i lanci lunghi e precisi per Ibra. Il secondo tempo sembra andare avanti con la stessa inerzia, la Juve che domina senza riuscire a concretizzare, finché un'azione travolgente della Juve non sblocca il risultato, galvanizza i bianconeri che raddoppiano poi nel recupero.

BUFFON 6.5 Pronto quando viene chiamato in causa.
CHIELLINI 6.5 Molto meglio come terzino che al centro della difesa. Più sicurezza dietro e più libero di rendersi pericoloso davanti. Grintoso come sempre dall'inizio alla fine.
BONUCCI 6.5 Difesa sicura con centrali ben registrati.
BARZAGLI 6.5 Vale per lui lo stesso di quanto detto per Bonucci. Reti inviolate contro il Milan significa che i centrali hanno fatto bene. Compatti entrambi.
LICHTSTEINER 6. Difende e propone anche se troppo impreciso in alcune occasioni. Migliora nel secondo tempo.
MARCHISIO 7.5 Sembra rigenerato, aggressivo a centrocampo e determinato in attacco. Doppietta meritata.
PEPE 6.5 Dinamico, rigenerato anche lui. Non gli si chiede grande tecnica, ma polmoni. E li mette tutti.
KRASIC 6 Un po' appannato, si limita all'ordinaria amministrazione.
PIRLO 6.5 Avere lui a centrocampo aiuta sia attaccanti, che si trovano lanci e passaggi millimetrici, che difensori, che sanno sempre a chi dare la palla. La prova che nel calcio moderno quando si hanno i piedi si può ancora andare al piccolo trotto ed essere determinanti.
VIDAL 6. Perso e troppo lezioso nel primo tempo, migliora nella ripresa quando guadagna in sicurezza e concretezza.
VUCINIC 6.5 Boa avanzata, è tra i più pericolosi giustamente, meriterebbe il gol, peccato per lui, ma è fondamentale nella vittoria bianconera.
GIACCHERINI. 6.5 Dinamico e pericoloso, costringe i terzini milanisti a restare coperti. Buona intesa con Vucinic.
CONTE 7. Bravo a passare dal 424 dei proclami estivi ad un 4141 o meglio a lasciare i numeri e guardare gioco e giocatori. Insiste nel secondo tempo col modulo del primo e viene premiato.

ABBIATI 6. Perfetto per 90 minuti, la papera finale macchia una buona partita, per cui merita comunque la sufficienza.
NESTA 6. Tiene la difesa finché non è costretto dal solito infortunio ad uscire.
ZAMBROTTA 5. Cede in difesa e non riesce mai ad essere utile in attacco.
THIAGO SILVA 6. Insieme a Nesta regge la difesa quasi fino alla fine.
BONERA 5. Come terzino non fa altro che tentare di difendere ma spesso in affanno.
SEEDORF 5. Non pervenuto. Qualche azione all'inizio ma poi viene travolto dal centrocampo bianconero.
NOCERINO 5. Dovrebbe dare dinamicità al centrocampo, invece non trova il filo delle azioni e il ritmo partita.
BOATENG K-P 4. Inutile e dannoso. Anche se la sua espulzione non fai poi così male al Milan, non essendo molto diverso il suo esserci o non-esserci.
VAN BOMMEL 5. Una diga bucata. Se lui è il sostituto di Pirlo ...
IBRAHIMOVIC 5.5 Sbraccia e si lamenta, ha pochissime occasioni e non le sfrutta.
CASSANO 5. Si fa vedere ad inizio partita, cercando scambi con Seedorf ma presto scompare, limitandosi a qualche apertura poco sfruttata dai compagni. Giustamente sostituito.
EMANUELSON 5. Sbaglia quei pochi palloni interessanti, Allegri e Ibra giustamente se ne lamentano.
ALLEGRI 6. Si ha l'impressione che non abbia alternative di formazione, però si fa dominare senza mai essere pericoloso in contropiede.

Dalla Corea (19) - La cucina coreana



I coreani sono molto orgogliosi della loro cucina, e mi chiedevano sempre se il cibo e i ristoranti coreani mi fossero piaciuti. In effetti in due settimane ho mangiato cose sempre un po’ diverse in ristoranti sempre diversi. Questa varietà è, paradossalmente, dovuta anche alla semplicità della cucina. I cibi vengono cucinati infatti principalmente in due modi: bolliti e in padella. Non avendo né olio né burro, solo la soja viene usata per ungere, con il risultato di avere piatti molto meno grassi ovviamente. E questo mi ha salvato, perché due settimane a ristorante pranzo e cena in qualsiasi altro paese occidentale sarebbero stati troppo duri. Così in genere i piatti consistono in una zuppa, o in una grande ciotola piena d’acqua da far bollire direttamente sul tavolo, in cui cuocere noodles, pezzi di carne tagliata molto sottile, verdure, frutti di mare. Oppure arrivano delle ciotole di ghisa (o finta ghisa) nere con dentro un brodo che può essere di carne, con pezzetti dentro, o di pesce (e in questo caso il pesce spesso è completamente sciolto). Tutto sempre rovente, la cucina tipica è infatti “hot” sia nel senso di temperature molto elevate, sia di molto piccante. Al piatto principale, che molte volte è in comune, si uniscono una serie di ciotoline piene di tanti assaggini per accompagnare. Tra questi si trova l’immancabile chimci (una specie di rapa fermentata), alghe secche, pescetti e verdurine (difficile riconoscerle o comunque darle un nome). Alternativamente la carne può essere scottata in padella o ancor meglio alla griglia, e anche questo si fa direttamente sul tavolo del ristorante. Insomma i cuochi coreani quasi non esistono. Quello che cucinano sono appunto le zuppe e qualche volta quella specie di tortine coreane che sono una via di mezzo tra una frittata e un pancake, molto simili ai giapponesi okonomyaky. Tipici sono quelli al chimci, tanto per cambiare, ma anche con pezzetti di polipetti, verdure varie o pezzetti di pancetta. Ma con ordine.
La carne. Si trovano indistintamente tutti i tipi di carne, manzo (vitella compresa), maiale, pollo, volatili vari. Solo l’agnello mi pare di non aver mai visto. Poi ovviamente c’è la “specialità” che è la carne di cane. Mai mangiata, Ki non ha avuto il coraggio di portarmi in uno dei ristoranti che lo cucinano, temeva che non sarei riuscito a mangiarlo o che mi avrebbe fatto troppo “senso”, e io non ho insistito più di tanto (anche perché chi avrebbe poi sentito alcuni lettori di questo blog?). E la carne si può trovare semplicemente bollita, una specie di lesso da condire con una salsa di soja o con un’altra che ricorda la salsa verde ma è molto più leggera. Oppure appunto in padella, tagliata a pezzetti e scottata un attimo, poi messa in una ciotolina da mangiare accompagnata con riso o verdura. E infine alla griglia. Ovviamente poiché si mangia con le bacchette, senza soprattutto il coltello (unico altro strumento è il cucchiaio), o viene servita già tagliata, o danno pinze e forbici per tagliarla e poi metterla nelle ciotoline. Già perché un’altra cosa tipica è che non si hanno dei grandi piatti dove mettere il cibo, ma tante piccole ciotoline, e tra queste, qualche volta, una è vuota e serve per appoggiare le pietanze, ma sempre di piccole dimensioni.
Il pesce. Sono molto consumati i frutti di mare, gamberi, una specie di vongole, cozze, polipetti, in genere appunto bolliti e mangiati con la zuppa o con i noodles. Il pesce è invece mangiato quasi esclusivamente crudo, o così, tipo “sashimi”, però giusto appena preso - pare che nei ristoranti lo prendano dall’acquario e lo portino in tavola, purtroppo non ho potuto vederlo - oppure mischiato con le verdure, tagliato a pezzetti (ma sempre crudo). Tipico poi è una specie di pesce lasciato fermentare che è quindi dal sapore molto forte. Infine una cosa ottima è la seppia secca, che si mangia come uno snack, in treno per ammazzare il tempo e la fame, oppure come accompagnamento di una birra. Già perché in Corea quando si va in un pub a prendere qualcosa non si beve mai senza anche mangiarci vicino qualcosa.
E per finire non si può non parlare del riso. Che sia ovunque, in Corea come in tutto l’oriente, è noto. Però è sempre istruttivo vedere come viene mangiato. Bollito principalmente, portato in una ciotolina chiusa in acciaio per mantenere la temperatura, si può usare come accompagnamento, mischiandoci pezzetti di carne o verdura o pesce, oppure lo si può prendere e immergere nella zuppa per dargli consistenza e abbassarne anche un po’ la temperatura, formando una specie di “pappone” che si mangia poi col cucchiaio. Una cosa molto curiosa si fa sempre con il riso, portato in una grande ciotola di ghisa (o finta ghisa), calda, cui si leva il riso finché si riesce, poiché una parte resta comunque appiccicata alle pareti, poi si riempie il contenitore con acqua bollente e si aspetta un po’. Ne esce fuori una sorta di “thé di riso” che si può bere o prendere col cucchiaio (anche perché è rovente). Infine si possono anche fare delle “penne di riso”, che si possono usare per accompagnare gamberi o carne o anche questi nel brodo e dare consistenza.
Ecco, per concludere, una cucina varia ma semplice, basata su ingredienti elementari e non su elaborate combinazioni, priva di salse grasse, perché appunto priva di burro, olio o latte, molto vegetale e quindi dietetica. L’unica cosa cui bisogna fare attenzione mangiando ripetutamente cibo coreano è che può essere molto piccante e quindi bisogna cercare di minimizzare le pietanze più forti.

sabato 1 ottobre 2011

Dalla Corea (18) - Sullo sviluppo: tra energia e cultura



La Corea del Sud non è un paese sottosviluppato, al contrario, anche se da lontano, nello spazio, ma soprattutto nel tempo (ci ricordiamo ancora quando negli anni ottanta i prodotti “made in Corea” avevano un po’ lo stesso status degli attuali “made in China”), si può pensare il contrario. D’altra parte nel 1953 la Corea è uscita da una guerra disastrosa che ha letteralmente raso al suolo tutto, e ancor prima la dominazione giapponese aveva depresso l’area, usando i suoi abitanti quasi come degli schiavi per l’impero (gli uomini arruolati a forza, le donne per “svagare” le truppe giapponesi, e soprattutto per questo i coreani provano ancora un astio grandissimo nei confronti dei giapponesi). Poi sono arrivate le macchine e i prodotti tecnologici, più economici di quelli giapponesi, ma non per questo peggiori alla fine. Noi però in Europa pensiamo sempre, da snob decandenti, che questi paesi sono ad un livello di sviluppo inferiore, semplicemente perché magari lo erano fino a pochi anni prima. E il fatto che gli indicatori mondiali diano la Corea non ancora nei primi otto del mondo, vuol dire poco. Se infatti si vanno a cercare statistiche, risulta come la quarta economia più grande dell’Asia e la quindicesima nel mondo. Ma soprattutto è riconosciuto, grazie al suo alto livello di tecnologica informatica principalmente, come il settimo paese al mondo secondo l’indice di educazione e sviluppo umano dell’ONU, oltre ad essere parte dei trenta paesi OCSE. Ma tralasciando i numeri, è semplicemente all’occhio che si vede come non siamo in un paese del passato, ma semmai del futuro. Samsung, Hyundai, Kia, ma anche LG (leader mondiale negli schermi piatti, non sapevo fosse una ditta coreana, e qui fa un po’ di tutto, anche condizionatori). Tutti i loro prodotti invadono le strade e le case dei coreani, in giro le poche macchine europee si chiamano Mercedes, BMW, Audi, Porsche, Ferrari (sì Ferrari), ovvero macchine di lusso, a testimonianza che si sono sviluppati da soli e i ricchi (in senso assoluto, visto che comprano prodotti che sono di lusso anche per la se-dicente ricca Europa) cercano i simboli mondiali riconosciuti della qualità, qualità che però si trova anche nei loro prodotti (per restare alle macchine la Samsung ha una serie super tecnologica di berline che ha un certo successo mi pare). Allora non capisco tutte quelle chiacchiere sull’occidente che dovrebbe esportare le proprie conquiste sociali in Asia. Ovvero capisco quanto siano fuori dal mondo le persone che dicono ciò, non so se in buona (ovvero per semplice ignoranza) o in cattiva fede (ovvero per mantenersi nei propri ruoli, nelle proprie macchiette politiche). Qui semplicemente lavorano, certo ancora i prezzi sono più bassi dei nostri, ma questo penso sia piuttosto per colpa del folle corto circuito europeo, della forza monetaria dell’Euro che distorce le differenze dei tenori di vita reali (basti pensare all’assurdo per cui anche in USA tutto costa relativamente poco per chi viene dall’Euro-zona). E poi prima di parlare di esportare le conquiste sociali del secondo dopoguerra europeo in oriente bisognerebbe fare due cose, legate una con l’altra: venire qui e vedere nelle facce delle persone l’energia e la fiducia nel futuro, comprendere la loro cultura che non è basata sulle divisioni.
Girando per le strade, sia nella moderna Seoul sia in una città di provincia, infatti è stata una buona idea fermarsi e guardare le facce (come mi ha suggerito Emanuela appena arrivato, chiedendomi: “come sono le espressioni delle persone per la strada?”) e senza troppe chiacchiere ed elucubrazioni comprendere quell’energia che li anima, che li fa sorridere, il buon umore che è dato dalla fiducia in un futuro migliore o semplicemente in un futuro che è nelle loro mani. Fiducia e ottimismo (non quello di Berlusconi, che è piuttosto totem della decadenza, ricorda le caricature che si facevano dei prefetti della Roma decadente, impegnati solo in orge e gozzoviglie, laidi e grassi, adagiati su un triclinio con un grappolo d’uva in mano) che sono più efficaci di mille manovre economiche, di mille parole sul rilancio della crescita, di mille piani quinquennali, keynesiani o neo-liberisti.
E questo non è slegato dalla cultura coreana e orientale. Sicuramente è un campo enorme quello della differenza tra cultura occidentale e orientale, qui voglio solo dare un esempio che ho potuto notare dalla mia esperienza diretta (perché qui sono cronache, non certo saggi sulla Corea, lungi da me!): in occidente, Italia, Francia o USA, ci si domanda spesso se si viva per lavorare o si lavori per vivere. Contrapposizioni, come sempre, opposti tra cui ci sentiamo obbligati di scegliere, consapevolmente o inconsapevolmente. “Lavorare per vivere” è il motto dello sfaticato, per estremizzare, di chi fa il minimo sindacale, che porta, generalizzato, ad un sistema pigro e statico; “vivere per lavorare” invece è il motto del business, del “workalchoolic”, che provoca stress ed “esplosioni”. E noi ci sentiamo stretti in questi due estremi, perché viviamo il lavoro come qualcosa separato dalla vita. L’impressione invece che danno i coreani è che non c’è una differenza tra vita e lavoro, è quasi un fluire continuo, senza barriere, così che si può fare una riunione in Università il sabato dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio, o fare lezione fino alle 10 di sera, ma allo stesso tempo un mercoledì andare dal mattino fino al pomeriggio nel vicino parco nazionale e fare una lunghissima passeggiata in montagna tra i boschi. Lavorano così continuativamente ma senza stressarsi, anche dieci ore al giorno, ma dolcemente. E questo sicuramente nella media porta ad una produttività maggiore e (probabilmente) uno stress minore.
Questo ovviamente è solo lo spaccato di società che ho potuto vedere in quindici giorni ma che ho potuto confrontare con spaccati analoghi e raccogliere infine queste poche impressioni.

Dalla Corea (17) - La TV coreana



Vedere la televisione in Corea non è certo un’impresa facile, perché come è ovvio il coreano è una lingua incomprensibile non solo a sentirla ma anche a leggerla, così neanche i titoli dei telegiornali o le notizie che scorrono in basso, come si trova oramai in tutte le televisioni del mondo, assimilazione alla CNN, sono inutili per capire cosa sia accaduto, solo qualche immagine può dare un’idea molto vaga. Quindi ho visto molto poche volte la tv la sera tornando dopo cena nella mia stanza prima di dormire, una delle poche cose che si potevano capire erano le previsioni del tempo perché anche se i nomi delle città sono anch’essi scritti in coreano (e quindi incomprensibili), sapendo che Seoul è in alto a sinistra e Chungju un po’ più a sud, gli internazionali disegni di sole e pioggia potevano far comprendere il messaggio base. Certo quando poi mettono le temperature in alcune caselline orizzontali non si capiva se si riferissero ai giorni della settimana o a diverse città. Ma questo era un dettaglio. A parte i telegiornali due mi sono sembrati i tipi programmi che vanno per la maggiore: gare canore di varia natura e film storici coreani. Soprattutto le gare canore mi è parso piacciano molto ai coreani, un mix tra un Sanremo continuo e un reality, tra un X-factor e uno show di Paolo Limiti. Infatti in una trasmissione molto seguita si alternano per settimane cantanti che non sono più sulla cresta dell’onda (evidentemente il successo brucia rapidamente in Corea, perché si trattava di cantanti spesso giovani, famosi dieci o quindici anni fa, ed ora evidentemente già in declino) in competizione tra loro, sette in totale e ogni tre puntate uno viene eliminato (e poi sostituito da uno nuovo) a seconda dei voti dati dal pubblico su due esibizioni (il pubblico presente in sala non quello “da casa”, non ancora, o non più, televoto). In un’altra trasmissione simile invece cantanti pop devono cantare e imparare a cantare brani di opere liriche (con risultati spesso penosi, per quanto ho potuto vedere e ascoltare una volta). Insomma, la passione coreana per la musica, unita alla passione universale per le competizioni e soprattutto al piacere un po’ morboso nel il vedere “le facce sofferenti” dei cantanti che aspettano il giudizio del pubblico, e a quel pizzico di “reality” - ovvero quella tecnica televisiva attuale in cui si seguono le lavorazioni di un brano, dove le telecamere entrano nei back-stages e dove alle esibizioni si alternano interviste sulla preparazione dei brani e quasi di “auto”-analisi sulla propria presenza nella competizione, dove si palesano timori e speranze - ha creato un filone di trasmissioni televisive molto in voga in Corea, mi è parso di capire.
I film storici coreani, in costume, pieni di combattimenti con la spada, con le lance, di guerrieri presi nel loro ruolo, concentrati prima della battaglia, alla testa di schiere di cavalieri e fanti ma che cercano di evitare inutili spargimenti di sangue, restano ad un livello solo superficiale di comprensione, possiamo “vedere le figure” e ammirare i costumi, le espressioni, le acconciature, il modo di rapportarsi di un mondo antico ma non possiamo capire le storie, se siano invasioni cinesi, giapponesi o mongole, faide intestine o entrambe le cose. Peccato, anche se hanno l’aria di essere un po’ troppo dei polpettoni, sarebbe stato interessante capirli per conoscere meglio la storia di questa piccola terra dell’estremo oriente.