Mentre in questi giorni siamo in tanti a trastullarci con la fantapolitica, quella con la p minuscola dove si discetta di possibili scenari di assetti governativi, di date di elezioni, di coalizioni e di candidati premier, la cosa triste è che in pochi, tra quelli che dovrebbero farlo di mestiere, si ricordano della Politica, con la P maiuscola.
Se infatti in pochi anni gli assetti partitici sono cambiati enormemente, e cambiano con una velocità incredibile, altre due cose non cambiano mai: le facce che determinano questi assetti e, cosa ancor peggiore, la struttura antiquata della società italiana. Non cambiano i problemi dell'accesso ad un lavoro dignitoso, il superamento dell'assistenzialismo familiare che, inopportunamente e ingiustamente, supplisce ad un sistema di aiuto di giovani, anziani e malati, dei tanti blocchi corporativi pigri e conservatori che tanto dicono ma poco fanno. E la lista potrebbe essere molto lunga.
E troppo poco spesso si ricorda il nesso inevitabile tra formazioni politiche e necessità sociali. Oggi Ivan Scalfarotto ci ricorda della vocazione maggioritaria del PD, dimenticata da troppi. Ma soprattutto ci ricorda come quella vocazione maggioritaria non sia una formula politichese ma la conseguenza della missione principale del PD per la società italiana: portare un progetto modernizzatore, progressista, di rottura delle corporazioni, di inversione del punto di vista sulla giustizia sociale.
L'analisi della società italiana che portava nel 2007 alla nascita di quel progetto come conseguenza di questo bisogno di rottura delle politiche "pigre", dell'attesa e della "provvidenza", e quindi alla nascita del PD come forza aperta e per questo a vocazione maggioritaria, perché i soggetti interessati a questo tipo di società sarebbero potuti e dovuti confluire al suo interno e, in un meccanismo virtuoso, ampliarne la forza innovatrice e il consenso, è tuttora valida.
Purtroppo pero' ai buoni propositi, come sappiamo bene, non sono seguiti i fatti. Si è ritornati alla politica con la p minuscola che guida tutto e tutti. Alle alleanze senza un modello di società di riferimento fini a se stesse. All'immaginare mostri politici, come l'ammucchiata da Fini al PD.
Manca infatti la consapevolezza che i movimenti e le alleanze politiche nascono da una comunanza di bisogni sociali e di modello di cambiamento. L'assurdo dell'alleanza politica tra una sinistra moderna e progressista con il centro post-democristiano e post-fascista, non è tanto storica e nominalistica, ma nasce proprio da un diverso modello sociale che dovrebbe essere alla base del senso politico del PD.
La destra Fini-Casini, come ho detto ieri, è una destra conservatrice basata su un modello di società centralista da una parte e localista-baronale dall'altro. E' questo il modello del PD ed è questo il tipo di società che l'elettorato progressista italiano vuole abbracciare nella (vana) speranza di cosi' contrastare la destra di Bossi e Berlusconi?
Io spero di no e soprattutto credo che l'elettorato progressista italiano ne sia più consapevole di quanto pensino i suoi sedicenti dirigenti. E qualora se lo fosse dimenticato faremmo bene noi tutti a non smettere di ricordarglielo.
venerdì 6 agosto 2010
giovedì 5 agosto 2010
Il cuore della divisione
Con la votazione di ieri sulla sfiducia a Caliendo si è materializzato un "fronte" formato da FLI, UDC, MPA e API. Questo fronte ha, chiaramente, trovato un pretesto nella "questione morale" (chi è in parlamento grazie ai voti di Cuffaro di tutto puo' parlare tranne che di questione morale) ma è cementato da qualcosa di più profondo.
Qualcosa che rischia di spaccare ancor più il governo della giustizia. Ed è la concezione dello stato, che si esplicita in questi anni con il termine "federalismo".
Il nuovo fronte ha infatti una visione "à l'ancienne" del rapporto tra stato e cittadino. Una visione democristiana, paternalistica, dove al localismo baronale si affianca un grande stato riparatore che dispensa sicurezza. La sicurezza degli impieghi statali, regionali, provinciali, comunali, para-statali. Uno stato che non lascia il cittadino mai solo, ma in cambio gli chiede l'anima. Gli chiede di appoggiare il barone locale. Una concezione dell'italia che non è passata, che è ancora attuale, da molti (i giovani) vista come un miraggio e che quindi, al di là del buon senso economico che dovrebbe farci capire quanto sia impossibile, ha ancora un grande appeal.
Questa destra conservatrice è chiaramente antitetica alla destra di Berlusconi, ma soprattutto di Bossi e Tremonti. Per questo il cuore della divisione verrà e rischierà di generare dei grandi movimenti tellurici nel governo quando arriveranno i decreti di attuazione del federalismo.
Su queste contraddizioni e su queste due destre dovrebbe avere gioco facile la sinistra per incunearsi. Certo dovrebbe chiarire molte cose, come avrebbe dovuto fare da anni. Ora il tempo per farlo rischia di scadere presto, addirittura di precipitare.
Qualcosa che rischia di spaccare ancor più il governo della giustizia. Ed è la concezione dello stato, che si esplicita in questi anni con il termine "federalismo".
Il nuovo fronte ha infatti una visione "à l'ancienne" del rapporto tra stato e cittadino. Una visione democristiana, paternalistica, dove al localismo baronale si affianca un grande stato riparatore che dispensa sicurezza. La sicurezza degli impieghi statali, regionali, provinciali, comunali, para-statali. Uno stato che non lascia il cittadino mai solo, ma in cambio gli chiede l'anima. Gli chiede di appoggiare il barone locale. Una concezione dell'italia che non è passata, che è ancora attuale, da molti (i giovani) vista come un miraggio e che quindi, al di là del buon senso economico che dovrebbe farci capire quanto sia impossibile, ha ancora un grande appeal.
Questa destra conservatrice è chiaramente antitetica alla destra di Berlusconi, ma soprattutto di Bossi e Tremonti. Per questo il cuore della divisione verrà e rischierà di generare dei grandi movimenti tellurici nel governo quando arriveranno i decreti di attuazione del federalismo.
Su queste contraddizioni e su queste due destre dovrebbe avere gioco facile la sinistra per incunearsi. Certo dovrebbe chiarire molte cose, come avrebbe dovuto fare da anni. Ora il tempo per farlo rischia di scadere presto, addirittura di precipitare.
mercoledì 4 agosto 2010
Fantapolitica (quella con la p minuscola)
Bhe a questo punto la fantapolitica pullula, ed è difficile non cedere a previsioni.
Difficile poi separare quello che si spera da quello che sembra possibile. Per questo provo a evocare alcuni "scenari". E' chiaro che l'assetto politico è radicalmente cambiato. Il governo è minoritario alla camera, PDL+Lega infatti qui hanno bisogno dell'appoggio di Fli, che già sta trovando sponde in UdC, Api, MPA. La loro strategia neanche tanto velata è quella di tenere sotto scacco il governo. Un esercizio difficile, che puo' portare a diverse soluzioni.
Scenario 1. A settembre Berlusconi approfitta di una scusa (che anzi si trova ad arte) e fa cadere il governo, capisce che lo vogliono fare bollire lentamente e sa che andando alle urne PDL+Lega puo' vincere se gli altri non sono organizzati. Questo mette fuori gioco Fini, che dovrà puntare a presentare il "terzo polo" con UdC, MPA e API. Il PD tenterà di corteggiare il centro, ma Fini non puo' andare col PD, la sua lista non la voterebbe neanche sua madre e forse anche il PD dovrebbe comprendere che alleati con il grigio centro avrebbe meno voti del PDS. Un PDS-S. La situazione pero' precipiterebbe cosi' velocemente che i "mestatori" potrebbero non avere il tempo. Quindi il PD andrebbe al voto con l'unica coalizione che abbia un senso, PD-IdV-SEL. Candidato premier Bindi. Prevedo un'onorevole sconfitta.
Scenario 1.bis. Si vota ad ottobre ma nel PD riescono a prevalere i pavidi e quindi fare un'ammucchiata non riuscita, ovvero PD-UdC-Fini-MPA-Api. IdV e SEL vanno da soli. Il candidato naturale della nuova destra del PD sarebbe Enrico Letta (uomo di destra). Il PD di fatto non esiste più, la sinistra prende il 15% e vincono B&B, ovviamente.
Scenario 2. Il tira-e-molla riesce a passare l'anno solare. Perché Berlusconi ha paura che Napolitano dia l'incarico a qualcun altro, magari a uno dei suoi e che insomma meglio vivacchiare fino a febbraio che entrare nell'incognita delle "grandi intese". Si vota in primavera. A quel punto l'asse Fini-Casini si è organizzata e puo' presentarsi con più forza davanti all'elettorato come un centro-destra europeo. Il PD prima o tardi capirà che con Fini si possono fare di concerto imboscate parlamentari ma non presentarsi davanti agli elettori. Si costituisce l'asse PD-IdV-SEL, magari anche con primarie. Candidato premier Chiamparino. Con due destre, la coalizione di sinistra ha buone possibilità di vincere.
Scenario 3. Tra una cosa e l'altra riescono a tirarla ancora più lunga, con una rigenerazione interna del centro-destra, magari arrivando addirittura a finire la legislatura. Troppi dettagli è impossibile non solo prevederli ma neanche immaginarli.
Scenario 4. Si fa un "governo di transizione", che verrebbe additato subito da Berlusconi come un "ribaltone". Che pero' fa comodo a Berlusconi perché si assumerebbe la responsabilità di una finanziaria "lacrime e sangue", di cui il PD sarebbe co-signatario (da tipico idiota) e con l'impero mediatico il Cavaliere l'imputerebbe ai soliti comunisti. Si vota a maggio-giugno e Berlusconi rivince a mani basse.
Quindi, a Berlusconi convengono gli scenari 1 (e 1.bis) e 4. Al PD lo scenario 2, a Fini lo scenario 3. A Casini vanno bene un po' tutti ...
Cosa succederà dipende al 90% da Berlusconi e al 10% dall'intelligenza di Fini-Casini (e dalle sponde dell'opposizione) nel non tirare troppo la corda.
Difficile poi separare quello che si spera da quello che sembra possibile. Per questo provo a evocare alcuni "scenari". E' chiaro che l'assetto politico è radicalmente cambiato. Il governo è minoritario alla camera, PDL+Lega infatti qui hanno bisogno dell'appoggio di Fli, che già sta trovando sponde in UdC, Api, MPA. La loro strategia neanche tanto velata è quella di tenere sotto scacco il governo. Un esercizio difficile, che puo' portare a diverse soluzioni.
Scenario 1. A settembre Berlusconi approfitta di una scusa (che anzi si trova ad arte) e fa cadere il governo, capisce che lo vogliono fare bollire lentamente e sa che andando alle urne PDL+Lega puo' vincere se gli altri non sono organizzati. Questo mette fuori gioco Fini, che dovrà puntare a presentare il "terzo polo" con UdC, MPA e API. Il PD tenterà di corteggiare il centro, ma Fini non puo' andare col PD, la sua lista non la voterebbe neanche sua madre e forse anche il PD dovrebbe comprendere che alleati con il grigio centro avrebbe meno voti del PDS. Un PDS-S. La situazione pero' precipiterebbe cosi' velocemente che i "mestatori" potrebbero non avere il tempo. Quindi il PD andrebbe al voto con l'unica coalizione che abbia un senso, PD-IdV-SEL. Candidato premier Bindi. Prevedo un'onorevole sconfitta.
Scenario 1.bis. Si vota ad ottobre ma nel PD riescono a prevalere i pavidi e quindi fare un'ammucchiata non riuscita, ovvero PD-UdC-Fini-MPA-Api. IdV e SEL vanno da soli. Il candidato naturale della nuova destra del PD sarebbe Enrico Letta (uomo di destra). Il PD di fatto non esiste più, la sinistra prende il 15% e vincono B&B, ovviamente.
Scenario 2. Il tira-e-molla riesce a passare l'anno solare. Perché Berlusconi ha paura che Napolitano dia l'incarico a qualcun altro, magari a uno dei suoi e che insomma meglio vivacchiare fino a febbraio che entrare nell'incognita delle "grandi intese". Si vota in primavera. A quel punto l'asse Fini-Casini si è organizzata e puo' presentarsi con più forza davanti all'elettorato come un centro-destra europeo. Il PD prima o tardi capirà che con Fini si possono fare di concerto imboscate parlamentari ma non presentarsi davanti agli elettori. Si costituisce l'asse PD-IdV-SEL, magari anche con primarie. Candidato premier Chiamparino. Con due destre, la coalizione di sinistra ha buone possibilità di vincere.
Scenario 3. Tra una cosa e l'altra riescono a tirarla ancora più lunga, con una rigenerazione interna del centro-destra, magari arrivando addirittura a finire la legislatura. Troppi dettagli è impossibile non solo prevederli ma neanche immaginarli.
Scenario 4. Si fa un "governo di transizione", che verrebbe additato subito da Berlusconi come un "ribaltone". Che pero' fa comodo a Berlusconi perché si assumerebbe la responsabilità di una finanziaria "lacrime e sangue", di cui il PD sarebbe co-signatario (da tipico idiota) e con l'impero mediatico il Cavaliere l'imputerebbe ai soliti comunisti. Si vota a maggio-giugno e Berlusconi rivince a mani basse.
Quindi, a Berlusconi convengono gli scenari 1 (e 1.bis) e 4. Al PD lo scenario 2, a Fini lo scenario 3. A Casini vanno bene un po' tutti ...
Cosa succederà dipende al 90% da Berlusconi e al 10% dall'intelligenza di Fini-Casini (e dalle sponde dell'opposizione) nel non tirare troppo la corda.
domenica 1 agosto 2010
Elezioni?
Le nubi che si addensavano da alcuni mesi sul cielo del PDL hanno finalmente scatenato un temporale. Non proprio fulmini a ciel sereno, ma certamente quando due anni fa nasceva una maggioranza di governo con quella che è (è stato?) forse il più ampio margine parlamentare della Repubblica, pochi si potevano immaginare una situazione “à la” Prodi, ovvero un esecutivo Berlusconi sotto il ricatto di gruppuscoli di parlamentari “di lotta e di governo”. Ma la politica (quella con la p minuscola) italiana ci riserva sempre sorprese. In mancanza di grandi piani economici per contrastare la crisi economica o di strappi nelle consuetudini ottocentesche dei rapporti sociali o di rilanci della crescita culturale e quindi democratica e produttiva (ovvero di Politica, con la P maiuscola), si hanno sempre intrighi, trappole parlamentari, paventati governi di transizione (verso dove poi ...) o di larghe intese (su cosa non si sa) o ancora peggio per fare la legge elettorale (ma se i partiti non sono d’accordo neanche al proprio interno su un modello di legge elettorale come possono esserlo tra loro!). Tutte formule che fanno impazzire di gioia cronisti e “esperti” e che potrebbero avere anche un senso se non avessero l’effetto controproducente di far percepire come “quelle cose” la politica, mentre, appunto, la vita quotidiana si affronta con sempre maggiori difficoltà e l’unione sociale (quella su cui la politica vera dovrebbe lavorare) si disintegra.
Ma tant’è. Arriva l’estate e ora passeranno il tempo a tramare (per parafrasare un ministro della Repubblica). Quello che però non possiamo non domandarci è: cosa succederà a settembre? Se poi agli intrighi interni (che nascondono sempre una divaricazione sociale nella rappresentanza) si dovesse aggiungere una “crisi sociale” allora l’esplosione (o meglio l’implosione) sarebbe garantita. Fermo restando che il boccino resta dalla parte della maggioranza, cosa dovrebbe fare o dire l’opposizione? A caldo verrebbe da dire che la cosa migliore e più giusta sarebbe martellare sul fallimento della maggioranza che ha fatto come, anzi peggio, di quella di centro-sinistra. Perché se il governo Prodi del 2006 nasceva già debole (1 senatore di scarto e, soprattutto, 11 partiti), il governo Berlusconi del 2008 aveva come uno dei suoi maggiori vanti proprio quello di essere diverso “antropologicamente” dalla sinistra: una vasta maggioranza, 2 partiti e tutti fedeli al presidente e al programma votati dagli italiani. Hanno quindi dimostrato di non essere in grado di mantenere un governo che nasceva bene (e specularmente bisognerebbe far notare il “miracolo” di Prodi che riuscì a tenere in vita un governo “nato male” per un anno e mezzo) per non parlare della inazione quando si tratta di contrastare il declino (per riprendere un’espressione cara a chi criticava dall’interno il governo Prodi solo alcuni mesi prima di passare nel centro-destra). Inazione che non manca quando c’è da difendere il gruppo dirigente dai pericoli di inchieste giudiziarie o tagliare sulla pelle delle classi sociali che non li hanno votati.
Quella grande differenza numerica si è quindi ridotta a soli sei-otto mesi in più di vita politica? Ancora il governo è lì, e la sua fine è solo una possibilità. Forse Berlusconi reggerà e non cadrà nella tentazione delle elezioni anticipate. Forse no.
Ma l’opposizione? E’ sano e saggio domandare “governi di transizione” come prima risposta a caldo? Soprattutto quando non si hanno i numeri per imporsi? Non si fa solamente il gioco mediatico della destra e non si fa semplicemente la parte di chi ama tramare e ha paura delle elezioni? Certamente sciogliere dopo solo due anni e mezzo una legislatura che è seguita ad una precedente che è durata solo due anni non è un bene per la democrazia. Perché se votare è sempre un atto democratico, l’inflazione elettorale rischia di generare “mostri”, di indebolire cioè la democrazia facendo apparire le elezioni inutili.
Agosto comincia con un dilemma, chiedere a gran voce elezioni?, e con un’incognita, reggerà il governo? Perché se tutti noi ci auguriamo che finisca il governo Berlusconi (uno dei peggiori degli ultimi anni, anche del suo precedente), restano non pochi dubbi su quale scenario augurarsi per l’immediato futuro.
Ma tant’è. Arriva l’estate e ora passeranno il tempo a tramare (per parafrasare un ministro della Repubblica). Quello che però non possiamo non domandarci è: cosa succederà a settembre? Se poi agli intrighi interni (che nascondono sempre una divaricazione sociale nella rappresentanza) si dovesse aggiungere una “crisi sociale” allora l’esplosione (o meglio l’implosione) sarebbe garantita. Fermo restando che il boccino resta dalla parte della maggioranza, cosa dovrebbe fare o dire l’opposizione? A caldo verrebbe da dire che la cosa migliore e più giusta sarebbe martellare sul fallimento della maggioranza che ha fatto come, anzi peggio, di quella di centro-sinistra. Perché se il governo Prodi del 2006 nasceva già debole (1 senatore di scarto e, soprattutto, 11 partiti), il governo Berlusconi del 2008 aveva come uno dei suoi maggiori vanti proprio quello di essere diverso “antropologicamente” dalla sinistra: una vasta maggioranza, 2 partiti e tutti fedeli al presidente e al programma votati dagli italiani. Hanno quindi dimostrato di non essere in grado di mantenere un governo che nasceva bene (e specularmente bisognerebbe far notare il “miracolo” di Prodi che riuscì a tenere in vita un governo “nato male” per un anno e mezzo) per non parlare della inazione quando si tratta di contrastare il declino (per riprendere un’espressione cara a chi criticava dall’interno il governo Prodi solo alcuni mesi prima di passare nel centro-destra). Inazione che non manca quando c’è da difendere il gruppo dirigente dai pericoli di inchieste giudiziarie o tagliare sulla pelle delle classi sociali che non li hanno votati.
Quella grande differenza numerica si è quindi ridotta a soli sei-otto mesi in più di vita politica? Ancora il governo è lì, e la sua fine è solo una possibilità. Forse Berlusconi reggerà e non cadrà nella tentazione delle elezioni anticipate. Forse no.
Ma l’opposizione? E’ sano e saggio domandare “governi di transizione” come prima risposta a caldo? Soprattutto quando non si hanno i numeri per imporsi? Non si fa solamente il gioco mediatico della destra e non si fa semplicemente la parte di chi ama tramare e ha paura delle elezioni? Certamente sciogliere dopo solo due anni e mezzo una legislatura che è seguita ad una precedente che è durata solo due anni non è un bene per la democrazia. Perché se votare è sempre un atto democratico, l’inflazione elettorale rischia di generare “mostri”, di indebolire cioè la democrazia facendo apparire le elezioni inutili.
Agosto comincia con un dilemma, chiedere a gran voce elezioni?, e con un’incognita, reggerà il governo? Perché se tutti noi ci auguriamo che finisca il governo Berlusconi (uno dei peggiori degli ultimi anni, anche del suo precedente), restano non pochi dubbi su quale scenario augurarsi per l’immediato futuro.
lunedì 5 luglio 2010
Scienziati ed economisti
La scienza nell’ultimo secolo si è sempre più distaccata, nella sua visione del mondo, dalla società “normale”. Fino alla fine del XIX era possibile un dialogo tra società e sviluppi scientifici: la cosmologia copernicana aveva una dialettica immediata con la quotidianeità, così come la visione meccanicista di Laplace era in sintonia con il positivismo ottocentesco. Gli scienziati non si occupavano di creazione e metafisica, per questo lasciavano il campo ai filosofi, ai teologi, ai sociologi e ai politici, che potevano facilmente comprendere le nuove scoperte scientifiche. La dinamica newtoniana riuscì ad essere assorbita facilmente e la società ne poteva parlare in modo semplice così che il dibattito poteva essere quanto più largo possibile. Anche i non addetti ai lavori potevano parteciparvi, accrescere le proprie conoscenze, avere una visione del mondo più “corretta” e apportare il proprio contributo.
Quando poi arrivarono la meccanica quantistica e le teorie speciali e generali della relatività (per non parlare delle successive teorie che cercano modelli unici della fisica e quindi della struttura materiale del mondo) la frattura fu chiara. Non si può discutere di meccanica quantistica o di relatività generale senza conoscenze approfondite di matematica, e questo, forse, per la natura intrinseca delle teorie. Se infatti anche la meccanica classica si basa su equazioni differenziali (ha anzi fatto nascere il calcolo differenziale e integrale), i suoi concetti sono “intuitivi” e i “tecnicismi” (ovvero quegli aspetti che richiedono una specializzazione non banale) sono limitati principalmente agli aspetti “quantitativi”, lasciando però accessibili quelli qualitativi. Invece i nuovi sviluppi del XX secolo si basarono proprio su concetti matematici “non banali”. Ovvero questi sono proprio la sorgente, e non solo uno strumento descrittivo, della nuova visione del mondo. Certo la quantizzazione dell’energia è intuibile guardando gli spettri atomici, che però sono già meno quotidiani e intuitivi delle orbite planetarie che erano al centro della meccanica classica. Così le deviazioni delle orbite di Mercurio, spiegabili solo con la relatività generale, sono sì percepibili, ma sempre come eccezioni ad una visione “semplice”, ovvero quella newtoniana.
E’ quindi difficile assorbire nuove teorie, basate su equazioni fondative non semplici come quella di Newton, da parte della società. E’ difficile renderle popolari, nel senso di una divulgazione che vada al di là della spiegazione di specialisti nei confronti di non-specialisti. E’ difficile renderle oggetto di dibattito pubblico senza limitarsi ai pochi specialisti o senza incorrere in banalità o errori veri e propri da parte di non addetti ai lavori. Se questo non è importante per l’avanzamento della scienza in sé, che non avviene in modo democratico e popolare, ha creato una frattura con la società. Frattura importante, per esempio, quando altre autorità intervengono nel dibattito sulla “finalità” e sulla “nascita” del mondo senza tener conto degli sviluppi della scienza. Sembrano infatti avere ancora la visione ottocentesca della scienza, ignorano il senso profondo dello sviluppo della scienza e della sua visione della materia e del mondo fatti in un secolo. Ma sono incolpevoli di questa “ignoranza”, perché la specializzazione necessaria per comprendere a fondo, e quindi parlarne pubblicamente, ovvero “democraticamente”, va al di là di quella che gli si richiede per la loro funzione pubblica, spesso di letterati, filosofi, teologi.
Per la scienza questo problema è limitato agli aspetti culturali-filosofici soprattutto: privarsi, da parte degli scienziati, del supporto dei filosofi che sarebbero gli specialisti di quelle questioni che riguardano una visione del mondo che non sia naïf rispetto alle moderne (che oramai hanno quasi un secolo) teorie scientifiche è sicuramente una grande penalizzazione per lo sviluppo della Cultura. A volte la politica interviene con la sua ignoranza, per fortuna non tanto nelle scienze fondamentali, forse perché gli scienziati riescono a spoliticizzare le proprie ricerche e anzi riescono ad esaltare i possibili legami con gli sviluppi tecnologici (cosa che ai politici, che ovviamente ancor meno ne capiscono, piace molto). Purtroppo a volte l’ignoranza e la semplificazione della politica interviene nella medicina e biologia, quando queste entrano in campi più vicini alla quotidianeità. E’ indubbiamente più concreto un embrione che un bosone.
A parte questo, pero’, la scienza può permettersi di non essere democratica, può permettersi di procedere e vivere autonomamente dai dibattiti pubblici, o quanto meno può ridurne il numero e cercare di gestirli secondo una dialettica esperti-ignoranti. Quando la scienza (anche se si tratta piuttosto di tecnica e studio dei fenomeni) sembra incontrare l’economia, come nel dibattito sulle fonti di energie e sul riscaldamento globale, già questo distacco deve necessariamente ridursi.
Con l’economia e la finanza in questi ultimi anni si sta assistendo ad un processo simile a quello della scienza a cavallo dei secoli XIX e XX. In questi anni di “crisi economica” abbiamo sentito parlare prima di “prodotti finanziari”, misteriosi generatori del tutto, e poi di come questi lontani oggetti, direttamente o indirettamente, abbiano costretto i governi a misure economiche che passano sopra la pelle di tanti. Che fanno diventare reali e concreti dei nomi lontani ed esotici. Anche in questo caso tanti esperti ci dicono quanto sia importante quella tale misura, come sia fondamentale quell’altra, perché “i mercati vanno rassicurati” e perché tante altre cose, giustificando in modo tecnico tante misure economiche e sociali giudicate “inevitabili”. In questo caso però non è possibile creare un circolo di super-specializzati totalmente avulsi dalla società, non è possibile chiedere sacrifici che si sentono concretamente nella propria vita quotidiana in nome di oggetti che restano lontani e irreali. Non è possibile che chi non conosce e non frequenta i meccanismi della finanza sia il primo a dover pagare il prezzo chiesto dai meccanismi generati da questi strumenti. Non gli si può chiedere farlo a scatola chiusa, con l’arroganza della conoscenza.
Nessuno chiede di rinunciare ad una parte di salario o di lavorare di più o riposarsi di meno o di avere meno diritti per una soluzione di un’equazione differenziale alle derivate parziali. Quanto meno la società chiederebbe di aprire un dibattito che vedesse anche altre teorie contrapporsi. Così quando l’economia e la finanza della visione dominante chiedono di pagare il prezzo per la propria esistenza è inevitabile che venga rimessa in discussione quella visione del mondo che le hanno generate e le sostengono; è inevitabile, e giusto, che chi per questo sistema deve pagare di più i suoi effetti cerchi altre visioni del mondo, che magari penalizzino di più altre classi sociali. Per questo chi si rifugia nella roccaforte della “competenza” e si rende avulso alla società nello stesso momento in cui a quella stessa società domanda sacrifici giustificati dalle proprie competenze fa un errore sia di giustizia che di intelligenza.
La pedagogia è un’arte difficile, ma necessaria quando si chiede qualcosa in cambio dei prodotti del proprio “distante” sapere. E soprattutto è un’occasione per rimettere in discussione alcune presunte “verità” per magari riuscire ad arrivare ad una migliore visione del mondo per una società più giusta. E’ forse più facile far lavorare insieme fisici e filosofi sull’origine e la natura del mondo, ma è sicuramente indispensabile provare a discutere pubblicamente su una visione della società senza dare nulla per scontato, anche alcuni assunti economico-finanziari che dominano il presente. Se questi sono poi così “scientificamente” ineluttabili saranno ineluttabilmente accettati.
Quando poi arrivarono la meccanica quantistica e le teorie speciali e generali della relatività (per non parlare delle successive teorie che cercano modelli unici della fisica e quindi della struttura materiale del mondo) la frattura fu chiara. Non si può discutere di meccanica quantistica o di relatività generale senza conoscenze approfondite di matematica, e questo, forse, per la natura intrinseca delle teorie. Se infatti anche la meccanica classica si basa su equazioni differenziali (ha anzi fatto nascere il calcolo differenziale e integrale), i suoi concetti sono “intuitivi” e i “tecnicismi” (ovvero quegli aspetti che richiedono una specializzazione non banale) sono limitati principalmente agli aspetti “quantitativi”, lasciando però accessibili quelli qualitativi. Invece i nuovi sviluppi del XX secolo si basarono proprio su concetti matematici “non banali”. Ovvero questi sono proprio la sorgente, e non solo uno strumento descrittivo, della nuova visione del mondo. Certo la quantizzazione dell’energia è intuibile guardando gli spettri atomici, che però sono già meno quotidiani e intuitivi delle orbite planetarie che erano al centro della meccanica classica. Così le deviazioni delle orbite di Mercurio, spiegabili solo con la relatività generale, sono sì percepibili, ma sempre come eccezioni ad una visione “semplice”, ovvero quella newtoniana.
E’ quindi difficile assorbire nuove teorie, basate su equazioni fondative non semplici come quella di Newton, da parte della società. E’ difficile renderle popolari, nel senso di una divulgazione che vada al di là della spiegazione di specialisti nei confronti di non-specialisti. E’ difficile renderle oggetto di dibattito pubblico senza limitarsi ai pochi specialisti o senza incorrere in banalità o errori veri e propri da parte di non addetti ai lavori. Se questo non è importante per l’avanzamento della scienza in sé, che non avviene in modo democratico e popolare, ha creato una frattura con la società. Frattura importante, per esempio, quando altre autorità intervengono nel dibattito sulla “finalità” e sulla “nascita” del mondo senza tener conto degli sviluppi della scienza. Sembrano infatti avere ancora la visione ottocentesca della scienza, ignorano il senso profondo dello sviluppo della scienza e della sua visione della materia e del mondo fatti in un secolo. Ma sono incolpevoli di questa “ignoranza”, perché la specializzazione necessaria per comprendere a fondo, e quindi parlarne pubblicamente, ovvero “democraticamente”, va al di là di quella che gli si richiede per la loro funzione pubblica, spesso di letterati, filosofi, teologi.
Per la scienza questo problema è limitato agli aspetti culturali-filosofici soprattutto: privarsi, da parte degli scienziati, del supporto dei filosofi che sarebbero gli specialisti di quelle questioni che riguardano una visione del mondo che non sia naïf rispetto alle moderne (che oramai hanno quasi un secolo) teorie scientifiche è sicuramente una grande penalizzazione per lo sviluppo della Cultura. A volte la politica interviene con la sua ignoranza, per fortuna non tanto nelle scienze fondamentali, forse perché gli scienziati riescono a spoliticizzare le proprie ricerche e anzi riescono ad esaltare i possibili legami con gli sviluppi tecnologici (cosa che ai politici, che ovviamente ancor meno ne capiscono, piace molto). Purtroppo a volte l’ignoranza e la semplificazione della politica interviene nella medicina e biologia, quando queste entrano in campi più vicini alla quotidianeità. E’ indubbiamente più concreto un embrione che un bosone.
A parte questo, pero’, la scienza può permettersi di non essere democratica, può permettersi di procedere e vivere autonomamente dai dibattiti pubblici, o quanto meno può ridurne il numero e cercare di gestirli secondo una dialettica esperti-ignoranti. Quando la scienza (anche se si tratta piuttosto di tecnica e studio dei fenomeni) sembra incontrare l’economia, come nel dibattito sulle fonti di energie e sul riscaldamento globale, già questo distacco deve necessariamente ridursi.
Con l’economia e la finanza in questi ultimi anni si sta assistendo ad un processo simile a quello della scienza a cavallo dei secoli XIX e XX. In questi anni di “crisi economica” abbiamo sentito parlare prima di “prodotti finanziari”, misteriosi generatori del tutto, e poi di come questi lontani oggetti, direttamente o indirettamente, abbiano costretto i governi a misure economiche che passano sopra la pelle di tanti. Che fanno diventare reali e concreti dei nomi lontani ed esotici. Anche in questo caso tanti esperti ci dicono quanto sia importante quella tale misura, come sia fondamentale quell’altra, perché “i mercati vanno rassicurati” e perché tante altre cose, giustificando in modo tecnico tante misure economiche e sociali giudicate “inevitabili”. In questo caso però non è possibile creare un circolo di super-specializzati totalmente avulsi dalla società, non è possibile chiedere sacrifici che si sentono concretamente nella propria vita quotidiana in nome di oggetti che restano lontani e irreali. Non è possibile che chi non conosce e non frequenta i meccanismi della finanza sia il primo a dover pagare il prezzo chiesto dai meccanismi generati da questi strumenti. Non gli si può chiedere farlo a scatola chiusa, con l’arroganza della conoscenza.
Nessuno chiede di rinunciare ad una parte di salario o di lavorare di più o riposarsi di meno o di avere meno diritti per una soluzione di un’equazione differenziale alle derivate parziali. Quanto meno la società chiederebbe di aprire un dibattito che vedesse anche altre teorie contrapporsi. Così quando l’economia e la finanza della visione dominante chiedono di pagare il prezzo per la propria esistenza è inevitabile che venga rimessa in discussione quella visione del mondo che le hanno generate e le sostengono; è inevitabile, e giusto, che chi per questo sistema deve pagare di più i suoi effetti cerchi altre visioni del mondo, che magari penalizzino di più altre classi sociali. Per questo chi si rifugia nella roccaforte della “competenza” e si rende avulso alla società nello stesso momento in cui a quella stessa società domanda sacrifici giustificati dalle proprie competenze fa un errore sia di giustizia che di intelligenza.
La pedagogia è un’arte difficile, ma necessaria quando si chiede qualcosa in cambio dei prodotti del proprio “distante” sapere. E soprattutto è un’occasione per rimettere in discussione alcune presunte “verità” per magari riuscire ad arrivare ad una migliore visione del mondo per una società più giusta. E’ forse più facile far lavorare insieme fisici e filosofi sull’origine e la natura del mondo, ma è sicuramente indispensabile provare a discutere pubblicamente su una visione della società senza dare nulla per scontato, anche alcuni assunti economico-finanziari che dominano il presente. Se questi sono poi così “scientificamente” ineluttabili saranno ineluttabilmente accettati.
domenica 4 luglio 2010
Comunismi
Uno del PD non lo puo' dire perché gli darebbero del "comunista". Pero' lo puo' leggere e pensare lo stesso, anche se chi l'ha detto fa una politica che istintivamente non ci piace in quanto politica. Ma è vera e sacrosanta in quanto denuncia.
La realtà sta diventando a pagamento. In alcuni casi, come gli eventi sportivi, anche a pagamenti multipli: canone e pay tv. È un lento esproprio della realtà, anche quella minima, dei piccoli piaceri. Della battuta al bar che non puoi più fare.
Il mercato si introduce in ogni spazio quotidiano. Trasforma la realtà in merce. Per vivere bisogna pagare il biglietto. Viviamo in una realtà capitalisticamente modificata che ha superato l'era della creazione dei bisogni e si è spinta oltre. L'uomo stesso è ora la merce più pregiata. Il capitale è investito sulla sua necessità di vivere, di esistere, dalla culla alla tomba. In circonvallazione ci sono enormi cartelli con la scritta. "Funerale tutto compreso a 1950 euro". Un affare, conviene prenotarsi la morte, il costo della vita cresce ogni giorno.
Il mondo si divide in mondo a pagamento o gratuito. La tecnica è quella di rendere miserabile quello che ci spetta per diritto naturale come le spiagge o la scuola, e promuovere il mondo a pagamento. L'erba a pagamento è sempre più verde. I raccordi autostradali saranno a pagamento. Li abbiamo già pagati con le nostre tasse, ma ci convinceranno che erano gratuiti fino ad ora per gentile concessione, che è giusto introdurre il pedaggio. Che non bisogna rubare allo Stato-Mercato. Mi sento come se per vivere la prossima ora dovessi inserire un gettone in una macchinetta. E' questione di tempo, arriveremo anche alla vita a punti.
La realtà sta diventando a pagamento. In alcuni casi, come gli eventi sportivi, anche a pagamenti multipli: canone e pay tv. È un lento esproprio della realtà, anche quella minima, dei piccoli piaceri. Della battuta al bar che non puoi più fare.
Il mercato si introduce in ogni spazio quotidiano. Trasforma la realtà in merce. Per vivere bisogna pagare il biglietto. Viviamo in una realtà capitalisticamente modificata che ha superato l'era della creazione dei bisogni e si è spinta oltre. L'uomo stesso è ora la merce più pregiata. Il capitale è investito sulla sua necessità di vivere, di esistere, dalla culla alla tomba. In circonvallazione ci sono enormi cartelli con la scritta. "Funerale tutto compreso a 1950 euro". Un affare, conviene prenotarsi la morte, il costo della vita cresce ogni giorno.
Il mondo si divide in mondo a pagamento o gratuito. La tecnica è quella di rendere miserabile quello che ci spetta per diritto naturale come le spiagge o la scuola, e promuovere il mondo a pagamento. L'erba a pagamento è sempre più verde. I raccordi autostradali saranno a pagamento. Li abbiamo già pagati con le nostre tasse, ma ci convinceranno che erano gratuiti fino ad ora per gentile concessione, che è giusto introdurre il pedaggio. Che non bisogna rubare allo Stato-Mercato. Mi sento come se per vivere la prossima ora dovessi inserire un gettone in una macchinetta. E' questione di tempo, arriveremo anche alla vita a punti.
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