Penso, serenamente e pacatamente, che villari si debba dimettere.
Perché mi pare evidente e non sto qui a perderci lettere.
venerdì 14 novembre 2008
giovedì 13 novembre 2008
Anonimo Romanesco
Stornello d'Arianna e d'er sor Costa
(strofa)
er costa quanno annava alle riunioni
se rompeva proprio tanto li cojoni
ma un giorno poi arrivò 'na regazzina
allora iniziò a faje la manfrina
(ritornello)
costa costa nun guardare,
pensa pensa a lavoraaareee
farai cileeeeeecca
polenta e terroni non c'azzecca
(strofa)
finita finarmente la riunione
arianna e ciccio vanno sur barcone
e mentre tutti l'artri se ne vanno
quei due sì lo sanno cosa fanno
(ritornello)
ma mentre ch'er simoni
je rompeva li cojoini
sor ciccio e ariaaanna
pian piano se facevan la capanna
(finale)
eh co sti miiiiiiiille …
scoppiavan finarmente, le scintille
(strofa)
er costa quanno annava alle riunioni
se rompeva proprio tanto li cojoni
ma un giorno poi arrivò 'na regazzina
allora iniziò a faje la manfrina
(ritornello)
costa costa nun guardare,
pensa pensa a lavoraaareee
farai cileeeeeecca
polenta e terroni non c'azzecca
(strofa)
finita finarmente la riunione
arianna e ciccio vanno sur barcone
e mentre tutti l'artri se ne vanno
quei due sì lo sanno cosa fanno
(ritornello)
ma mentre ch'er simoni
je rompeva li cojoini
sor ciccio e ariaaanna
pian piano se facevan la capanna
(finale)
eh co sti miiiiiiiille …
scoppiavan finarmente, le scintille
lunedì 10 novembre 2008
venerdì 7 novembre 2008
Chicago e Parigi: Obama e Ségolène
Qualche giorno dopo la vittoria di Obama alle elezioni presidenziali americane, qui in Francia sono state votate le mozioni del prossimo congresso del partito socialista francese (PS), i cui risultati sono passati quasi totalmente inosservati dalla stampa italiana (almeno quella online che frequento), che invece ha dato (giustamente) un enorme spazio alle farneticanti dichiarazioni del “nostro” Silvio e dei suoi accoliti. I risultati delle consultazioni degli iscritti al PS sono stati, un po’ inaspettatamente, favorevoli a Ségolène Royal che, pur non riportando la maggioranza assoluta, è arrivata con il 29% avanti ad entrambi i “baroni” del PS, ovvero il sindaco di Parigi Delanoe e il sindaco di Lilla (ex-ministro di Jospin, nonché figlia di Jacques Delors) Aubry, che hanno ottenuto il 25% ciascuno. Visto da lontano sembra al contrario una sconfitta per Ségolène, invece è proprio il contrario. Dopo le presidenziali gli apparati del partito non hanno perso un istante a “mangiarsela”, ridicolizzarla, marginalizzarla. Ma cosa ha proposto il PS? Il solito refrain socialista che nei momenti di crisi riprende i vecchi slogan che sembrano usciti dagli anni settanta e ignorano completamente la società di oggi, il mondo di oggi, i desideri e i bisogni di oggi. O una figura paternalista, il tentativo di un nuovo Mitterrand che si benevolmente si occupi come un monarca settecentesco dei bisogni del popolo. Anche Ségolène ha “guardato” a sinistra, anche lei non è una figura sconosciuta nel panorama politico francese. Ma cosa la distingue dagli altri? L’essere, e soprattutto l’apparire, per un rilancio della politica, per una proposta del partito che non sia trovare i migliori funzionari, professori, politologi, dirigenti tristi, grigi, logorroici, votati a discussioni infinite sul fatto se il PS debba essere liberale, socialista, sociale, anticapitalista etc … parole, noiose anche per i francesi, evidentemente. Ma soprattutto si tratta di parole e di un modo di agire che danno una visione chiusa del partito. Chiusa alle persone e alle idee. E i militanti iscritti al PS hanno dato un ulteriore segnale di volontà di apertura e rinnovamento. Non so come andrà a finire, poiché nessuna mozione ha ottenuto la maggioranza relativa ora i vecchi giochi dei congressi dei partiti del secolo scorso decideranno la linea politica, la piattaforma programmatica, e, quindi, il “primo segretario”. Non è forse contro questo modo di agire paludoso, vuoto, lontano dalla realtà che il voto per Ségolène e per Obama è stato indirizzato? Dicevano che Ségolène non aveva un programma, come lo dicevano per il PD, e come non l’aveva neanche Obama. Ma cosa si vorrebbe mettere in un programma? Una volta il programma poteva essere l’applicazione di un dettato ideologico, pensare che un partito dovesse guidare la società, indirizzare la vita dei cittadini dalla nascita alla morte, financo suggerendo il menù. E la destra ha (aveva?) il programma semplice dell’applicazione indiscriminata del liberismo incondizionato e incondizionabile. Anche questo un modo dirigista di gestione della politica e dei governi.
E’ mai possibile nel mondo (di oggi e di ieri) poter pretendere di regolare dall’alto una società umana? E soprattutto, è questo il compito della politica, soprattutto quella di sinistra? Una mia amica mi scriveva recentemente:
Leggevo stamattina che Obama non ha una programma, e chissene frega, lui è il sogno, questo conta, quando non si sogna più e si pensa solo al benessere, vuol dire che si è perso qualcosa di importante. Gli americani lo hanno capito, noi ancora no.
Obama e Ségolène, ognuno con toni e modi diversi come diverse sono le società americana e francese, hanno proposto una visione del mondo basata sulla partecipazione, sull’inclusione, sul dialogo. Un sogno in cui tutti sono invitati a entrare. Non sempre è poi vincente nelle elezioni ed ora non voglio qui discutere sui motivi che hanno portato la vittoria di Sarkozy su Ségolène. Ma si tratta di un nuovo modello di sinistra, che, a fatica, cerca di imporsi. Una sinistra anche populista nel senso che è molto basata sulla comunicazione, sulle emozioni, sul richiamarsi “al popolo” e poco su polverosi e omnicomprensivi trattati che pretendono di risolvere tutti i problemi del mondo (ultimo grottesco esempio era il programma dell’Unione), una sinistra che non si identifica con professori, tecnocrati, sapientini che pensano di avere le soluzioni in tasca, ma che rimette al centro i cittadini, i bisogni quotidiani, li rende uguali nel senso dei diritti, di una democrazia che non vuol dire dittatura della maggioranza ma rispetto delle scelte, dei desideri, delle visioni del mondo, delle priorità di vita.
La strada è dura, soprattutto nella vecchia europa dove l’aristocrazia (intesa in senso largo, come aristocrazia di tecnici e intellettuali, come aristocrazia degli apparati, come aristocrazia dei circoli chiusi) non è mai totalmente sepolta ma forse ancora una volta un popolo giovane, coraggioso, che non ha mai incoronato un re, può mostrare un modo di fare e farci scendere dal piedistallo della nostra spocchiosa presunta superiorità culturale.
E’ mai possibile nel mondo (di oggi e di ieri) poter pretendere di regolare dall’alto una società umana? E soprattutto, è questo il compito della politica, soprattutto quella di sinistra? Una mia amica mi scriveva recentemente:
Leggevo stamattina che Obama non ha una programma, e chissene frega, lui è il sogno, questo conta, quando non si sogna più e si pensa solo al benessere, vuol dire che si è perso qualcosa di importante. Gli americani lo hanno capito, noi ancora no.
Obama e Ségolène, ognuno con toni e modi diversi come diverse sono le società americana e francese, hanno proposto una visione del mondo basata sulla partecipazione, sull’inclusione, sul dialogo. Un sogno in cui tutti sono invitati a entrare. Non sempre è poi vincente nelle elezioni ed ora non voglio qui discutere sui motivi che hanno portato la vittoria di Sarkozy su Ségolène. Ma si tratta di un nuovo modello di sinistra, che, a fatica, cerca di imporsi. Una sinistra anche populista nel senso che è molto basata sulla comunicazione, sulle emozioni, sul richiamarsi “al popolo” e poco su polverosi e omnicomprensivi trattati che pretendono di risolvere tutti i problemi del mondo (ultimo grottesco esempio era il programma dell’Unione), una sinistra che non si identifica con professori, tecnocrati, sapientini che pensano di avere le soluzioni in tasca, ma che rimette al centro i cittadini, i bisogni quotidiani, li rende uguali nel senso dei diritti, di una democrazia che non vuol dire dittatura della maggioranza ma rispetto delle scelte, dei desideri, delle visioni del mondo, delle priorità di vita.
La strada è dura, soprattutto nella vecchia europa dove l’aristocrazia (intesa in senso largo, come aristocrazia di tecnici e intellettuali, come aristocrazia degli apparati, come aristocrazia dei circoli chiusi) non è mai totalmente sepolta ma forse ancora una volta un popolo giovane, coraggioso, che non ha mai incoronato un re, può mostrare un modo di fare e farci scendere dal piedistallo della nostra spocchiosa presunta superiorità culturale.
mercoledì 15 ottobre 2008
martedì 14 ottobre 2008
14 Ottobre
Un anno fa si celebravano le primarie del Partito Democratico, un momento di speranza per molti, sembrava finalmente concretizzarsi quel sogno nato molti anni prima sotto le insegne dell’Ulivo, si poteva iniziare a mettere da parte le inutili divisioni di sigle, poteri personali, beghe e rivalità nate sotto le insegne della vanità, del presenzialismo e cercare di sentire la società, le relazioni, le priorità. Un partito che sarebbe dovuto essere il motore di una stagione diversa, dinamica, propositiva, un partito aperto per una società cambiata. Aperta al dialogo, alle culture, all’esterno, proiettata verso nuove sfide, il “pensiero debole” che diventava forte, maggioritario, guida di un mondo flessibile, mutevole. Sembravano congedarsi le rigidità, le categorie vuote del passato, sembravano finire le appartenenze viste come coccarde, come gagliardetti da mostrare in pubblico per affermarsi, vuoti contenitori. Il confronto, l’ascolto, il mettersi in gioco, in causa, abbandonare le certezze e gli schemi come suprema dimostrazione di coraggio e di forza. Una scommessa che sembrava potersi realizzare, potersi proporre come modello per il futuro, riportare i bisogni, i desideri, le aspettative, le proposte le più ardite e innovatrici al centro della quotidianeità. Un sogno allora, spezzato sul nascere in inverno da beghe, presenzialismi, ripicche, vanità. E così i vecchi schemi hanno piano piano ripreso forza, la società si è chiusa, ha preferito le risposte univoche, ha preferito ritrarsi in se stessa, far vincere la paura, la voglia di false sicurezze, riprendere i miti dell’ordine, dell’egoismo, credere che esistano soluzioni semplici, facili, date semplicemente dalla volontà di una guida priva di dubbi, rifiutare la criticità.
Ora ad un anno di distanza ecco che i primi miti crollano, si sbriciolano in fumo in una settimana, mostrano tutta la loro fragilità, inesistenza. Ancora le risposte sembrano portare verso un’ulteriore chiusura, chiedere un rifugio ancor più miope, insensato. Da una parte così si vogliono nuovamente affermare i controlli, si vuole rassicurare e far credere che un padre buono, compassionevole, attento, ma rigoroso e intransigente, possa risolvere, possa rimettere in riga, possa rimettere il fiume nel suo alveo. Dall’altra lo sconcerto, la delusione non riesce a farsi da parte, non riesce ancora ad affermare il coraggio della criticità, della complessità, della non esistenza di assoluti. Si cercano soluzioni semplici, immediate, facili, definitive, si cerca un inutile e vano consenso, quando potrebbe essere più modestamente e semplicemente il tempo di rinvigorire la cultura di una visione del mondo multicolore, variabile, senza guida, che si porta da sé, che trova nel suo mettersi in discussione, nel non avere “la” soluzione – che non esiste – ma soluzioni puntuali, locali, a misura d’uomo, del quotidiano.
Tra un anno staremo forse ancora a questo punto, o forse tutto si sarà ancora rovesciato, indipendentemente dalle volontà degli uomini forti, dei rassicuratori e degli imbonitori. Qualcuno proverà forse ancora a portare avanti la bandiera del dubbio, la sua voce sarà forse sovrastata ancora dal chiasso, dai proclami, da altre bandiere e ipocrisie, ma che sia almeno sempre un po’ nutrita, che provi indefessamente, a bassa voce, ma costantemente, a cantare fuori dal coro, a non cedere alle sirene dell’univocità.
Un anno fa l’Italia e il mondo erano diversi, come lo saranno tra un anno, a dispetto di ogni tentativo di imbrigliarli.
Ora ad un anno di distanza ecco che i primi miti crollano, si sbriciolano in fumo in una settimana, mostrano tutta la loro fragilità, inesistenza. Ancora le risposte sembrano portare verso un’ulteriore chiusura, chiedere un rifugio ancor più miope, insensato. Da una parte così si vogliono nuovamente affermare i controlli, si vuole rassicurare e far credere che un padre buono, compassionevole, attento, ma rigoroso e intransigente, possa risolvere, possa rimettere in riga, possa rimettere il fiume nel suo alveo. Dall’altra lo sconcerto, la delusione non riesce a farsi da parte, non riesce ancora ad affermare il coraggio della criticità, della complessità, della non esistenza di assoluti. Si cercano soluzioni semplici, immediate, facili, definitive, si cerca un inutile e vano consenso, quando potrebbe essere più modestamente e semplicemente il tempo di rinvigorire la cultura di una visione del mondo multicolore, variabile, senza guida, che si porta da sé, che trova nel suo mettersi in discussione, nel non avere “la” soluzione – che non esiste – ma soluzioni puntuali, locali, a misura d’uomo, del quotidiano.
Tra un anno staremo forse ancora a questo punto, o forse tutto si sarà ancora rovesciato, indipendentemente dalle volontà degli uomini forti, dei rassicuratori e degli imbonitori. Qualcuno proverà forse ancora a portare avanti la bandiera del dubbio, la sua voce sarà forse sovrastata ancora dal chiasso, dai proclami, da altre bandiere e ipocrisie, ma che sia almeno sempre un po’ nutrita, che provi indefessamente, a bassa voce, ma costantemente, a cantare fuori dal coro, a non cedere alle sirene dell’univocità.
Un anno fa l’Italia e il mondo erano diversi, come lo saranno tra un anno, a dispetto di ogni tentativo di imbrigliarli.
lunedì 29 settembre 2008
Giungla Occidentale
Cairns è una città occidentale appoggiata sul bordo della giungla, la vegetazione che esce da tutti gli anfratti, le volpi alate che popolano il centro cittadino, il mare davanti, pochi chilometri la separano dalla grande barriera corallina. Oramai solo il turismo giustifica la sua esistenza, da tutto il mondo, voci, visi che arrivano da Cina, Giappone, Germania, Spagna, un turbinio di proposte di gite, entrare in un film degli anni 80. Con le palme che addobbano le strade, non quelle del mediterraneo larghe, basse, dalle amplie foglie e dal tronco spigoloso, ma quelle che si vedono in fotografia, dal fusto piccolo, liscio e slanciato, le foglie in alto come un cappello verde. Tra la vegetazione, tra gli arbusti, tra gli animali insoliti svettano gli alberghi dell’Occidente, dell’Europa e dell’America, venuti da città lontane, decine di piani di cemento. E poi solo basse case, alcune coloniali, altre moderne, dove alloggiano alberghi, ristoranti, negozi di souvenirs e soprattutto sono imbrattate dalle tante proposte di viaggi sulla barriera corallina o nella giungla, squali o coccodrilli, finti brividi per vite che girano placide sui binari delle sicurezze d’Occidente. Partecipare a queste gite ha un qualcosa di triste e gioioso allo stesso tempo, forse meno triste in Australia dove l’Occidente non è altro dalla popolazione locale, non alloggia su un piano di superiore ricchezza – sempre se si dimentica la popolazione aborigena sterminata e marginalizzata dagli europei venuti qui non per turismo ma per colonizzare.
Così si prende un battello per la Grande Barriera Corallina o un pulmino per girare nella giungla del North Queensland, ci si tuffa in mari caldi anche in una mattina di inizio primavera, si ammirano i mille colori dei pesci che popolano queste acque, si può veramente nuotare non lontano da uno squalo – una specie però innocua, hanno più paura loro delle orde di turisti che li inseguono per una foto, ed è sicuramente più probabile che uno della loro specie finisca nei nostri piatti che noi nella loro pancia – ammirare da vicino specie viste solamente nei documentari televisivi. Oppure camminare, su sentieri ben delimitati e prefissati, nella giungla, seguendo un percorso tra le varie piante tropicali, oppure lungo il fiume alla ricerca di un coccodrillo. In ogni caso poi si ritorna a terra o in città, scorrono davanti montagne, mari, isole, scorre l’esperienza di queste gite occidentali, tra curiosità e desiderio di affermare la propria potenza sulla natura, visitarla come uscire per andare nella piscina comunale o a fare una scampagnata a Tolfa. In questa giungla occidentale, dove non ci sono guerre civili, non ci sono malattie, pochi gli animali pericolosi ben segnalati e circoscritti. Un po’ l’Australia è veramente così, animali placidi e pigri la popolano da sempre senza grandi preoccupazioni, un po’ la mano d’Occidente ha finito per normalizzarla, accondiscendendo al nostro continuo desiderio di avere tutto sicuro, pronto, asettico.
Così si prende un battello per la Grande Barriera Corallina o un pulmino per girare nella giungla del North Queensland, ci si tuffa in mari caldi anche in una mattina di inizio primavera, si ammirano i mille colori dei pesci che popolano queste acque, si può veramente nuotare non lontano da uno squalo – una specie però innocua, hanno più paura loro delle orde di turisti che li inseguono per una foto, ed è sicuramente più probabile che uno della loro specie finisca nei nostri piatti che noi nella loro pancia – ammirare da vicino specie viste solamente nei documentari televisivi. Oppure camminare, su sentieri ben delimitati e prefissati, nella giungla, seguendo un percorso tra le varie piante tropicali, oppure lungo il fiume alla ricerca di un coccodrillo. In ogni caso poi si ritorna a terra o in città, scorrono davanti montagne, mari, isole, scorre l’esperienza di queste gite occidentali, tra curiosità e desiderio di affermare la propria potenza sulla natura, visitarla come uscire per andare nella piscina comunale o a fare una scampagnata a Tolfa. In questa giungla occidentale, dove non ci sono guerre civili, non ci sono malattie, pochi gli animali pericolosi ben segnalati e circoscritti. Un po’ l’Australia è veramente così, animali placidi e pigri la popolano da sempre senza grandi preoccupazioni, un po’ la mano d’Occidente ha finito per normalizzarla, accondiscendendo al nostro continuo desiderio di avere tutto sicuro, pronto, asettico.
Iscriviti a:
Post (Atom)