venerdì 30 settembre 2011

Draghi & Trichet, a lettera




Ieri il Corriere ha reso noto la famosa lettera di Draghi e Trichet al governo Italiano.

E sempre ieri Sonostorie riporta una sua traduzione che è, secondo me, una perla.
La riporto anche qui:

Cara Italia,

hai dei conti pubblici che manco il Burundi.

Se continua così trascinerai nella cacca anche noi. Devi immediatamente trovare delle soluzioni, ma visto che sono anni che te lo ripetiamo, senza che tu faccia nulla, perché sei troppo presa dal walzer della patonza e da sapere chi sarà il prossimo allenatore dell’Inter, allora te lo diciamo noi.

E siccome siamo contabili e banchieri, a noi degli effetti della “macelleria sociale” ce ne frega quanto di conoscere il nome del prossimo vincitore di X-Factor. Dunque i soldi si prendono dove sono. Ora è un fatto, cara Italia o India version B, che tu abbia diviso la tua popolazione in due caste: quelli che pagano le tasse (per lo più dipendenti pubblici, privati, industrie, etc.) e quelli che non le pagano (per lo più liberi professionisti, commercianti, artigiani, lavoratori atipici, etc.).

In più, mettici pure che hai mezzo paese in mano alla criminalità organizzata e pure quella è tutta economia invisibile che per noi non conta niente (a parte fare la fortuna dei nostri cugini svizzeri).

Ergo, la nostra soluzione è spremere quella parte di popolazione che puoi beccare: dipendenti e pensionati. Poi sì certo ci sarebbe da fare le liberalizzazioni, investire in ricerca e sviluppo, infrastrutture, come facciamo noi nei paesi seri, ma tanto anche qui te l’abbiamo ripetuto per anni, senza che facessi nulla, quindi dubitiamo che vorrai davvero fare qualcosa.

Fuori dai denti: quello che ti proproniamo è un piano che se lo applicassimo in Germania o Francia, la gente verrebbe a cercarci con i forconi, però i tuoi abitanti sono una cosa diversa. questo ormai è assodato.

Un popolo che sceglie di farsi governare per quarant’anni da Andreotti e poi lo sostiuisce per altri venti con Berlusconi, non ha bisogno di commenti.

Dunque, cara Italia, sbrigati a fare sta’ cosa, che prima lo fai e prima ti togli il pensiero. Che poi arriva Natale, e poi c’è Sanremo…

Cordialmente

Mario e GianClaudio

mercoledì 28 settembre 2011

Adinolfi lascia il PD



E' di oggi la notizia che Mario Adinolfi, già candidato alle primarie del PD nel 2007 e che nel 2009 dopo aver lanciato la sua candidatura l'aveva ritirata per appoggiare Franceschini, lascia il PD. Qui potete trovare la sua lettera di dimissioni.

Del modo di fare politica di Adinolfi non ho mai condiviso molte cose, però è sempre un cattivo segnale quando uno che è a tutti gli effetti tra i fondatori del PD lo lascia. Uno che in fondo rappresentava lo spirito originario del PD, mettere insieme più anime in un grande partito riformista, quello del famoso spirito maggioritario. Proprio perché veniva da un'esperienza politica che non mi è mai appartenuta (quella del PPI) ma essendo tra le più giovani generazioni di quell'esperienza, il suo essere nel PD aveva più senso paradossalmente di quello dei vecchi e navigati Marini e Castagnetti.

Nella sua lettera sono un paio i passaggi che non si possono non condividere, a prescindere dal personaggio. Quando dice, per esempio: "Nel Pd una classe dirigente novecentesca (e anche molti dei suoi giovani cooptati) rimastica ricette scritte dalla Cgil a tutela dei già tutelati e marginalizza proposte come quelle di Pietro Ichino e di qualsiasi stretta alle pensioni in essere più ricche. Siamo stati addirittura capaci di batterci contro il contributo di solidarietà, finendo per beccarci un aumento generalizzato dell’Iva, tassa che colpisce prevalentemente i ceti meno abbienti e precari. Ormai ragioniamo per schemi e sono schemi che non reggono più la sfida del tempo. Nel 2007 mi sembrava volessimo costruire un partito adeguato a quella sfida. Oggi la direzione di marcia è un’altra".
O nell'ancor più laconico e triste: "L’apertura del Pd agli altri mondi è stata nulla". E' vero, anche se gli esempi che porta non sono tutti condivisibili (Grillo in primis), che il PD si è ripiegato in un luogo dove solo gli eredi (non solo diretti ma di quella concezione del mondo) del PCI-PDS-DS e della sinistra DC (quelli che volgarmente si chiamano cattocomunisti) hanno "cittadinanza", come si dice.

Insomma la sensazione è che il PD sia sempre più diventato un "PDS meno S". Qualcuno mi ha detto anche "meno D".

E' da lodare, per il momento, il fatto che, a differenza di altri, non esca per approdare subito da qualche altra parte. Certo non si può mai sapere.

Per concludere, voglio ripetere che il rammarico non è per Adinolfi in sé, ma per il principio, per cui il PD si va svuotando sempre più di chi non sia "fedele alla linea". E questo è un brutto segno per tutti, soprattutto per chi la pensava molto diversamente da Adinolfi su molte cose, ma forse in modo molto simile su come dovrebbe (o sarebbe dovuta) essere la sinistra italiana al giorno d'oggi.

10000!!!



Proprio ora blogger mi dice che questo sito, da quando ha iniziato il conteggio, è stato visualizzato ben 10000 volte.

Grazie diecimilavolte a tutti!

Neutrini, scienza e media

Oggi su iMille ne paro insieme a Guido Giuliani e Renzo Rubele.

La notizia, nei suoi connotati essenziali, è sufficientemente chiara. Un esperimento condotto con l’utilizzo delle grandi infrastrutture di ricerca presenti al CERN (Centro Europeo di Ricerche Nucleari) di Ginevra ed ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) ha fornito dei risultati secondo i quali sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo, anche a detta degli stessi ricercatori) che i neutrini, corpuscoli di massa non nulla ma molto minore di qualsiasi altra “particella elementare”, si muovano con una velocità superiore – seppur di pochissimo – a quella della luce. Poiché il quadro teorico attualmente valido, e segnatamente la “teoria della relatività speciale” di Einstein, prescrive che nessun “oggetto fisico” possa muoversi ad una velocità maggiore di quella della luce nel vuoto – o, per essere più precisi, della radiazione elettromagnetica (di cui la luce costituisce una particolare porzione dello spettro di frequenze) – è chiaro come un simile risultato possa potenzialmente produrre delle conseguenze scientifiche rivoluzionarie, e per questo di interesse e rilevanza culturale anche “per l’uomo della strada”.

Per continuare andate qui.

lunedì 26 settembre 2011

Sinistra e leggi



Oggi sul blog de iMille Emidio Picariello fa alcune riflessioni sul "difficile" rapporto tra sinistra e legalità. E' un rapporto complesso, perché complesso (e al di là di quanto possa scribacchiare in un post sul mio povero blog) è il rapporto tra Legge e Giustizia.
Perché tra queste due c'è una incolmabile e inevitabile differenza. La Legge e le leggi (ovvero i codici) sono una scrittura umana fallibile e specchio dei tempi, delle epoche, sono una cristallizzazione dello status quo. La Giustizia (con la G maiuscola) dovrebbe essere un "ideale" cui tendere, LA spinta a migliorare la società italiana.

Il discorso per cui in una democrazia "funziona che si manifesta pacificamente, si convincono gli elettori, si vincono le elezioni e si cacciano quelli che la pensano in modo diverso" è al tempo stesso corretto e sbagliato, o meglio incompleto. Funziona così per quei cambiamenti che stanno nel solco dello status quo, e comunque nel modo di pensare dominante. Uso un esempio preso dalla recente storia repubblicana per spiegare meglio cosa intendo: l'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio. Chi obiettava andava in galera, era contro la legge. Dovremmo quindi condannarli? Dovremmo condannare chi si oppone ad una legge solo perché è tale? Non si dovrebbe SOPRATTUTTO A SINISTRA basarsi sulla GIUSTIZIA e non sulla legge ovvero sui codici?

Bisogna relativizzare quindi l'affermazione per cui: "Non c’è un’altra via, questa è l’unica percorribile, soprattutto a sinistra." e questo non è solo valido per il passato, per la sinistra che voleva cambiare il sistema (per non parlare di quella che si opponeva a sistemi anche democratici formalmente ma molto poco liberali, pensiamo all'Italia della polizia di Scelba, ma anche al Maccartismo) ma soprattutto per quella del futuro.
La difesa dello status quo, limitandosi al massimo a piccole e superficiali modifiche non è "riformismo" (che invece usa quando è necessario atti che vanno anche contro le leggi dell'oggi, perché mossi dall'anelito ad una legge migliore, più vicina alla realizzazione della Giustizia) ma semplicemente conservazione dell'oggi.
Quindi possiamo anche pensare che la politica debba essere senza se e senza ma nell'alveo delle leggi esistenti, modificabili solo attraverso la "cacciata di chi la pensa in modo diverso", ma questo può essere possibile solo in un sistema in cui non ci sia più alcun dinamismo sociale, in cui si sia raggiunta una pace termica. O quando, cosa impossibile per definizione, la legge coincida con l'ideale di Giustizia.

Ciò non è mai esistito, né mai esisterà, e il fenomeno dell'immigrazione (per ritornare e finire con un tema dell'articolo) è un esempio dell'attuale dinamismo sociale, della società che muta a partire dai suoi componenti, radicalmente, e quindi con essa le necessità di Giustizia per cui le leggi attuali sono da superare, anche con azioni che vadano contro le leggi se ciò si fa per leggi migliori.

domenica 25 settembre 2011

Ecco il tunnel Cern-L'Aquila-Teramo



A giustificazione della Gelmini e del ministero, c'è da dire che se si scorrono le figure dell'articolo riguardante l'esperimento oramai famosissimo sulla velocità dei neutrini si potrebbe essere portati a pensare che ci siano dei tunnel tra il Cern e l'Abruzzo.
Più d'uno infatti. Nella prima figura si vede una complessa rete di gallerie e tunnel, con tanto di colonne di aerazione, intitolata "Cern neutrinos to Gran Sasso" che finisce con una freccetta in basso a sinistra che dice proprio "to Gran Sasso".


In un'altra invece ci sta tutto un altro sistema di tubi, posto sotto una montagna e che si immette in un tunnel che partendo dal CERN, da una parte va a L'Aquila, dall'altra a Teramo, insomma sembra proprio il tunnel autostradale che avevano in mente al ministero.



Secondo me questi fisici sono i soliti comunisti che prima restano oscuri e impopolari (nel senso non accessibili al popolo) e poi fanno i soliti primi della classe, amplificati dalla solita sinistra giustizialista e precisina.

Li avrei voluti vedere io Bersani, D'Alema e Veltroni con questa faccenda!

Diciamo insieme: Strauss-Kahn e Berlusconi

Molti facevano notare ieri questo intervento di Ferrara alla bella trasmissione TV-talk, dove il se-dicente (nel senso che se la dice da solo e basta) liberale Ferrara impazzisce quando gli toccano il suo principe di turno (evidentemente non riesce a lavorare senza, deve sempre ruotare intorno ad un sole, prima Craxi ora Berlusconi, coerentemente, diciamo) e così termina intimando che "non si può ridere del presidente del consiglio" e che "non si possono nominare insieme nella stessa frase Strauss-Kahn e Berlusconi".

Come dire: scherziamo con i fanti ma lasciamo stare i santi.

E allora facciamo così, diciamo tutti insieme semplicemente: "Strauss-Kahn e Berlusconi, ahahah" (sghignazzo finale).

sabato 24 settembre 2011

Dalla Corea (16) - Seoul



Sono tornato da quasi una settimana, svanito quasi del tutto l’effetto del jet-lag - direi che l’ho smaltito prestissimo, eccetto martedì mi sono svegliato sempre ad orari normali senza crollare particolarmente la sera, penso che quando si torna a casa ci si rimette sempre più velocemente, perché si riprendono le abitudini, invece quando si va arrivando in un posto nuovo si entra in fase più lentamente - posso concludere queste cronache con alcune considerazioni specifiche e, come mi è stato chiesto, con un riassunto. Intanto inizio con Seoul, che merita un post a parte (e sicuramente meriterebbe di più, una città di dieci milioni di abitanti, cui si aggiunge una periferia altrettanto popolata non si può esaurire in un breve post, come non si può visitare e comprendere nei due/tre giorni in cui ci sono passato).

A Seoul ci sono arrivato dall’alto, da cui non si vede molto, e via terra, sia dall’aeroporto, attraverso un grande ponte che attraversa la baia, sottoposta ad effetti di marea vistosi, sia dall’entroterra, in bus per le feste del Chuseok, arrivando a Seoul est, e quando sono tornato lambendo soprattutto la parte occidentale, facendo a ritroso il tragitto fatto in macchina appena sbarcato sulla Land Rover di Ki (quando guidava il famoso “chauffeur”). Da qualunque parti ci si arrivi però la prima cosa che risalta agli occhi sono gli enormi edifici, grattacieli in acciaio e cristallo delle grandi compagnie coreane e multinazionali, i palazzi degli affari, in parecchie zone del centro come nel nuovo quartiere Icheon in costruzione, dove c’è il nuovissimo più alto grattacielo di Corea insieme a larghi viali di rappresentanza e anche un “Central Park” di newyorkiana memoria. E questi sono nulla, a parte sembrare di passare da una downtown all’altra di una città americana, più densi e più nuovi in media, e senza i grandi spazi liberi e bassi che spesso affiancano i grattacieli delle città del mid-west. Perché alti e larghi svettano soprattutto lunghe teorie di abitazioni dei coreani, grandi palazzoni in cemento armato formati da venti-venticinque piani e lunghi centinaia di metri, che affiancandosi, a volte con un po’ di scarto, spesso paralleli, talvolta un po’ più sghembi, formano dei muri, delle protezioni, rinchiudono e delimitano la città o zone di città. E questo non solo nelle periferie, nelle “bad town” che circondano la Seoul propriamente detta, ma anche a pochi passi dal centro, davanti al nuovo museo nazionale, che sorge in una zona da poco dismessa della base americana della città, affianco allo stadio olimpico. Resta pochissimo spazio per case a misura d’uomo, che sono poi, paradossalmente, bassissime, uno o due piani, le case dei quartieri ricchi, dei dirigenti delle grandi compagnie o dei funzionari di ambasciata, in cemento con mattoncini rossi, anni settanta (e infatti risalgono non poche a quest’epoca), altre in chiaro stile british. Ma resta qualcosa di asiatico, la disposizione, casuale, ingarbugliata, come i bastoncini dello Shangai lanciati da un immaginario urbanista sperimentale. Insomma il piano regolatore esiste solo per le zone pubbliche e monumentali, per i nuovi grandi viali che conducono al rifatto palazzo reale o alle nuove zone degli affari, il resto sono spirali di strade incomprensibili.

A Seoul, non considerando il passaggio autostradale all’arrivo, sono arrivato il sabato mattina del fine settimana in cui si festeggiava la festa del Chuseok, la principale festività coreana, ben due giorni di vacanze! Siamo arrivai in bus nella parte orientale della città e fortunatamente Ki aveva le carte oltre a conoscere il coreano (essendo coreano, ovvio), perché senza sarebbe stato un po’ difficile capire come poter comprare i biglietti della metro, oltre a capire quale linea prendere, infatti le comode mappe tascabili che si possono liberamente prendere alla stazione hanno un solo difetto: sono in caratteri coreani. Fortunatamente poi dentro i nomi delle stazioni sono anche in caratteri latini. Una simpatica musichetta annuncia l’arrivo di ogni vagone, insieme ad un monitor che con dei disegnini comunica in tempo reale la posizione del treno sulla linea. Dentro i vagoni sono molto larghi e spaziosi, non solo più di quelli dell’angusta metropolitana di Londra o della non larga metropolitana di Parigi, ma anche di quella di Roma mi pare. E’ sabato e quindi non corro il rischio di sperimentare grandi affollamenti, temo che nei giorni lavorativi anche qui hanno del personale per “agevolare” la discesa e la salita (ovvero ti premono dentro il vagone, sono famosi a Tokyo per farlo ma io li ho visti anche a Parigi). Devono però essere stati molto scioccati dall’attentato alla metropolitana di Tokyo, perché i monitor nel vagone trasmettono in continuazione le istruzioni per un’emergenza dovuta a gas nocivi nella metropolitana, e nelle banchine sono ben visibili degli armadi con maschere antigas e altre protezioni in plastica. Infine, nei due/tre viaggi fatti in metropolitana, ho potuto notare come non passino musicisti nei vagoni o altri a chiedere elemosina, ma dei signori a vendere una specie di calzino elasticizzato (promuovevano il prodotto ma in coreano con scritte anch’esse in coreano, quindi non ho potuto cogliere tutte le qualità di questi oggetti).
Le strade di Seoul possono anche riempirsi di ristoranti, negozi, in un curioso mélange di occidente e oriente, quando ai negozi delle grandi case americane si affiancano le insegne luminose e colorate dell’oriente, con i segni dell’alfabeto coreano che sono composti come per formare un carattere (alla cinese) pur non essendo ideogrammi. La domenica mattina, pigramente verso le dieci, i negozi sono comunque aperti, alcuni avventori si aggirano lenti e radi, tra le vetrine e i coffe-shop all’americana, poi mano mano quando l’ora di pranzo si avvicina (che in Corea è a mezzogiorno) la folla aumenta, ma noi dopo pranzo andiamo a vedere la città dall’alto. Non lontano dal centro di Seoul, proseguendo la salita dal quartiere delle ambasciate, si apre un grande parco, in salita, su una collina più alta delle altre, che non arriva ad essere una montagna (come quella dietro il palazzo reale, per esempio) ma è abbastanza alta e ripida per essersi salvata dalle costruzioni compulsive del dopoguerra, e sulla sua sommità si trova una torre (simile per dire a quella di Sydney) da cui si può vedere tutta la sterminata città. Purtroppo è un giorno così nuvoloso che non saliamo perché la cima è già dentro le nuvole, ma anche dalla base possiamo ammirare da un lato e dall’altro, emergendo dalla bruma, la città, con i suoi grandi palazzi, le abitazioni che sembrano grandi caserme (ancor più inquietanti perché numerate, con numeri e segni a caratteri cubitali che si distinguono da lontano), i grattacieli, le intricate case basse e i parchi, che coincidono per lo più con il palazzo reale, quello del principe e le basi (o ex-basi) militari americane.
E’ anche una città in cui convivono diverse città. La città reale, ricostruita dopo la guerra, distrutta dai giapponesi che avevano costruito il loro governatorato proprio dove sorgeva (e risorge oggi) la porta di ingresso al palazzo del re. Palazzo che non è tale nell’accezione occidentale, non si tratta di un grande edificio tipo Buckingham Palace, né di una reggia seguita da un enorme parco come Versailles, ma è piuttosto una grande area dove si alternano cortili, edifici bassi di legno costituiti da un solo ambiente adibiti alle udienze reali, parchi, altri edifici che separano i vari cortili usati per le tante necessità della corte, senza distinzioni nette tra il palazzo e il parco, grazie al materiale (legno), ai colori degli esterni (sul verde, spesso) e alla forma caratteristica dei tetti, nonché chiaramente alle dimensioni ridotte (mai più di un piano). C’è poi la città degli affari, la modernità oltre la modernità, dove si gestiscono imperi come Samsung e LG i cui oggetti invadono le case di tutto il mondo. Poi la città degli americani, con il campo militare e il quartiere dove storicamente i soldati americani potevano trovare negozi e ristoranti occidentali, uno dei pochi posti dove si possono trovare insegne scritte in caratteri latini. E poi le città degli abitanti ricchi e degli abitanti normali di cui ho già parlato.
Per finire è anche una città che ha un confine, uno solo ben chiaro e invalicabile. Se a sud infatti gli edifici si susseguono all’orizzonte, intervallati da qualche collina troppo ripida e quindi ancora verde, fino quasi a perdersi, verso nord termina quasi bruscamente. Dietro il palazzo reale sorge una montagna anche più elevata delle altre, dietro la quale si possono intravedere solo poche case, ma quasi nulla più, perché non lontano c’è il confine, quello con la Corea del Nord, uno dei posti più militarizzati del mondo. E così il centro storico, se lo identifichiamo con il palazzo reale, diventa anche la periferia della megalopoli all’ombra inquietante della verde montagna che protegge dalle insidie del nord, quasi come in una contrada della terra di mezzo.

Un tunnel superveloce



Testuale, sul sito del ministero dell'istruzione italiano si legge:
"Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l'esperimento, l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro."

Devono aver pensato alle grandi opere di Berluska-Letta-Bertolaso e tutta la cricca, o al povero dimenticato Lunardi (per non parlare del sottinteso: vedete facciamo un tunnel tra Ginevra e l'Aquila, perché non ci fate fare la TAV o il ponte sullo stretto?).

Magari la Gelmini e i papaveri del ministero potrebbero essere accompagnati in questo fantastico tunnel e viaggiare più veloce della luce. Sì perché nel testo dicono: "Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo." come se si fosse costruita un'astronave spaziale, fatto un tunnel subspaziale per viaggiare nel cosmo.

Insomma, chi più ne ha più ne rida.

Vendola, Fede & outing?

A latere di una iniziativa che mi sembra fascistissima sull'outing senza se e senza ma e soprattutto all'insaputa degli interessati (oltre che senza alcuna prova, di sapore nazista insomma), non capisco perché Repubblica (ma non solo lei) l'accostano allo scambio Vendola-Fede.
C'è un qualche nesso tra le due notizie?

venerdì 23 settembre 2011

Il neutrino della speranza



In questi momenti il "neutrino più veloce della luce" sta facendo entrare in fibrillazione soprattutto i giornalisti, e forse anche un po' tutti perché quando la crisi economica/finanziaria/produttiva sembra distruggere ogni speranza, è bello pensare che possa arrivare la fisica, qualcosa di più solido insomma, a darci nuovi spunti per il futuro. Quasi misticamente perché come una particella misteriosa ai più possa, viaggiando qualche km/s più veloce della luce, cambiare il mondo non è ovviamente chiaro, ma mette e promette slancio, fiducia verso un futuro diverso.

E lodevole è anche l'iniziativa dell'American Institute of Physics di mettere in libero accesso gli articoli che riguardano questi esperimenti. Certo sono duri da leggere per chi non sia un fisico delle alte energie (e quindi un po' inutili per i giornalisti, ma tant'è non si può banalizzare sempre tutto, è giusto anche richiedere un certo sforzo, anche per stimolare), ma è bello vedere come in certi momenti la scienza sia capace di uscire dalle logiche del mercato e rendersi disponibile gratuitamente per tutti.

Segnalo giusto due articoli, uno di più di dieci anni fa che descrive il principio dell'esperimento OPERA, un altro di tre anni fa sui primi risultati (tra i due sono passati ben otto anni, alla faccia dei risultati immediati).

Buona lettura.

p.s. segnalo che l'articolo sulle misure di Opera è stato messo su arXiv (ovvero a disposizione della comunità per discuterlo, non facendo i sensazionalisti ma gli scienziati, chapeau al gruppo) e lo si può trovare qui. Per una spiegazione molto ben fatta consiglio poi questo post.

PCCP (Cover) & IJMS

Mentre tutti sono gasati con i neutrini, sono da poco usciti ASAP due miei articoletti, di un impatto mondiale estremamente minore, capisco, ma carini.
Uno su International Journal of Mass Spectrometry, sul contributo dell'energia rotazionale nella frammentazione di ioni molecolari, l'altro sulle proprietà vibrazionali della peridinina in diversi solventi, su Phys Chem Chem Phys. Quest'ultimo sarà addirittura "cover" di una delle prossime uscite.

Capisco che sono cose che provocano un'eccitazione molto minore nel grande pubblico :)

giovedì 22 settembre 2011

68% Linux Nerd

In questo sito potete trovare un test per vedere quanto siete "Linux Nerd". Se non sapete cosa significa vuol dire che non lo siete, tranquilli.

Io "solamente" al 68% ...

Firmare per i Referendum a Parigi


E' possibile da oggi firmare per i Referendum anche a Parigi, a delle condizioni ben particolari (come si può leggere anche sul sito del PD Parigi), che riassumo:

1) bisogna essere iscritti all'AIRE di Parigi;

2) bisogna recarsi in consolato, al 5, Boulevard Emile Augier 75116 Paris;

3) si può fare solo nei giorni giovedì 22 (oggi), venerdì 23 (domani) e lunedì 26 dalle ore 9 alle ore 12 (insomma di mattina).

Non è agevole (il XVI è decentrato), ci è stato detto questa mattina dandoci tre date, di cui una il giorno stesso, e tutte di giorni lavorativi in orari lavorativi.
Insomma per pensionati e disoccupati. Gli altri nisba.

Quasi come la signorina Vaccaroni, insomma.

Studente per un anno



Fatta, ieri mi sono iscritto per l'HDR Chimie all'Università di Evry (l'HDR è un diploma francese che significa "Abilitazione a dirigere la ricerca", simile all'Habilitationen tedesca), e quindi ora sono per quest'anno formalmente uno studente! Ho pure il tesserino e magari trovo qualche sconto al cinema o a qualche museo (sempre che non sia combinato con l'età, purtroppo).

Fa strano, vero? L'ultima volta era il 2002-2003, Roma, dottorato di ricerca in chimica. Ora sono uno studente dell'Ile de France, come recita la mia carta.
Poi mi sa che sarà proprio finita.

mercoledì 21 settembre 2011

Pagina sulla Corea



Da poco anche su blogspot si possono aggiungere delle pagine. Ne ho aperte due, una con i video (per ora c'è un solo video) e una sulla Corea.
Quest'ultima è per ora un semplice link da cui si può accedere a tutti i post relativi al diario breve dei miei quindici giorni coreani. Prossimamente aggiungerò alcune considerazioni finali su dei temi specifici e metterò quindi tutto nella pagina, così da poter seguire il viaggio coreano nell'ordine cronologico diretto (e non inverso come è per ora).

Buona lettura, intanto.

Blog awards 2011 - La finale (vota Costa, vota Costa)



Dopo le nomination, ora vi propongo anche i voti per la finale dei "Macchianera Blog Awards 2011":

- Miglior sito o blog: il Post. Anche se non mi fa impazzire mi pare il migliore tra quelli proposti.

- Personalità in rete: Massimo Gramellini.

- Sito o blog rivelazione: ma sicuramente Francesco Costa!

- Community o sito collettivo: Spinoza, è l'unico che conosco.

- Sito o blog d'opinione: visto che ci sta, ancora Francesco Costa ...

- Blog o testata giornalistica online: La Repubblica, che secondo me resta sempre la migliore fonte di informazione "spiccia".

- Sito o blog tecnico divulgativo: Keplero, non ne conosco nessuno (ma bisogna votare per tutte le voci), semplicemente il nome che mi piace di più ...

- Televisivo: Rai (anche qui gli altri mai sentiti)

- Culinario: e qui votiamo tutti per Francesco Costa!!

- Grafica: QdR (anche se iMille erano meglio, ma non si è raggiunta la finale ...)

ne salto un po', ho messo a caso, fate anche voi (o magari li conoscete)

- Lettarario: e qui c'è il sor Emidio con Geova non vuole che mi sposi!

- Vignettista, ovviamente Makkox.

- Politico: anche qui mancando iMille, direi Ciwati tra i presenti.

- Miglior post, beh ci sta un Pia Pisa di Zoro ...

- Trasmissione radiofonica ... Coniglio!

- Servizio per blog: non posso non votare Blogger, che mi ospita e che è migliorato parecchio restando facile e immediato.

ne salto ancora un altro po' ...

- Andato a puttane: Grillo ... direi che come blog si è usurato parecchio, no?

ancora un po' a caso e poi

- Satira: e qui ce sta Zoro ... come votare altrimenti

- Turismo, anche questo a simpatia del nome, Zingarate :)

Molti non li conosco, magari può essere un'occasione per farlo :)
Buone votazioni, c'è tempo ancora fino a fine mese, mi pare.

martedì 20 settembre 2011

Dalla Corea (15) - 19 settembre 2011



Giorno del viaggio di ritorno, che inizia molto presto, “un lungo viaggio inizia con un passo solo” diceva un certo Lau-Tzu, se non erro, e il mio inizia alle otto del mattino quando passa Ara che insieme a Ki mi porta in macchina alla stazione dei bus di Chungju. L’aiuto di Ki anche qui è fondamentale perché tutto è scritto solo in coreano, unicamente sulla banchina (quando uno sia riuscito ad arrivarci) c’è una piccola scritta “Icheon” comprensibile. Riesco così a prendere quello delle otto e mezza che puntualissimo parte. Un vecchio Daewoo che non mi pare vada velocissimo, anzi arranca un po’ in salita secondo me, e infatti ci sorpassano tutti praticamente, ma l’importante è giungere alla meta. Dentro poi è molto comodo, ci sono addirittura solo tre sedili per fila, sedili che sono quindi molto larghi, e al solito con una distanza l’uno dall’altro maggiore di quella che si vede normalmente, così si possono reclinare agevolmente e addirittura hanno il “poggiapolpacci” (quella cosa che sta sotto al sedile, tipo quello delle poltrone per pigri). Arriviamo a Seoul come al solito preceduta (e accompagnata) da una selva di palazzoni, conto venti-venticinque piani ogni volta, ma ci ritornerò sui palazzi coreani, poi abbiamo anche una fermata intermedia nel nuovo quartiere degli affari di Icheon, poco prima l’aeroporto, dove sorge la più alta torre di Corea appena costruita (trecento e passa metri) e dove è tutto un fiorire di nuovissimi grattacieli, negozi, parchi, larghi viali. Ancora a riprova che qui sono in espansione massima. Quindi non mi restano che le ultime ore coreane, all’aeroporto di Seoul come mi aveva detto Ki ci sta il wi-fi gratuito (l’ho già detto ieri) e anche la possibilità di provare i nuovi prodotti Samsung, sia computer portatili sia smartphones, il tutto gratis e senza ressa. All’aeroporto ci sta anche un trio che suona ogni tanto musica classica alternandosi con spettacoli tradizionali coreani. Ma è ora, si parte, Korean Air, su un comodo anche qui 777, simile all’andata, con più spazio tra i sedili così che anche in classe economica si può fare un viaggio confortevole. Però questa volta prendo il pranzo all’europea, spezzatino con patate e soprattutto ... un panino! Mi vedo ben quattro film (per la cronaca l’ultimo dei pirati dei Caraibi, X-man, che si poteva vedere pure in coreano, perché il massimo del dialogo è “stai con me o contro di me?”, Hanna, in italiano questo addirittura, e per finire un catastroficissimo film di cui non ricordo il nome, con l’attacco degli alieni che distrugge le città di tutto il mondo, ma i Marines resistono a Los Angeles e dopo che questi hanno distrutto il primo centro di comando alieno, riescono a fare lo stesso ovunque) e gioco un po’, purtroppo il monitor individuale nei viaggi diurni è terribile, non ti fa né leggere né dormire.
Atterriamo in orario e senza problemi, anzi molto rapidamente, arrivo a casa, dopo non aver potuto non notare come entrando a Paris in RER dall’aeroporto, all’altezza del periferique ci stanno due grandi torri una a fianco all’altra sovrastate ognuna da una grande scritta luminosa pubblicitaria: entrambe sono marche coreane (indovinate voi quali). Sono le otto di sera, partito alle otto del mattino sarebbero dodici ore di viaggio, solo che bisogna aggiungerci le sette di fuso orario per far tornare i conti.
E così sono riuscito a scrivere queste ultime righe solo martedì mattina, prestissimo per l’inevitabile fuso orario.
Finisce qui questa breve cronaca delle due settimane asiatiche, cui seguiranno qualche ultimo post su argomenti specifici che ho potuto trattare solo brevemente e magari, come mi richiede qualcuno, un “riassunto finale”.
Intanto si ricomincia nel vecchio, è proprio il caso di dirlo, continente.

lunedì 19 settembre 2011

Dalla Corea (14) - 18 settembre 2011



Ultimo giorno pienamente coreano, una pigra domenica, sveglia non tardi ma mi prendo il mio tempo prima di andare in dipartimento, fuori è nuvoloso, ha piovuto la notte abbassando la temperatura, si sta meglio fuori che dentro (senza aria condizionata). In dipartimento ci stanno sia Ki sia Ara, d’altra parte il campus è fatto anche per questo, invece di lavorare da casa si può fare benissimo lo stesso in università, con il vantaggio che si incontra qualcuno, gli studenti possono studiare insieme, certo non c’è tanta gente, però è aperto e non è completamente vuoto. Il gruppo della professoressa di Chemical Education ieri (sabato) ha avuto un lungo group meeting, per dire, dalle dieci del mattino alle cinque del pomeriggio. Posso proporlo in Francia, sarei da solo (anzi fino ad Evry di sabato non ci vado manco io), in USA invece qualche studente potrebbe denunciarti (scherziamo con Ki pensando a queste due ipotesi). A pranzo andiamo in un ristorante ancora diverso (non siamo mai stati a mangiare due volte nello stesso posto in quindici giorni, incredibile) dove mangiamo una cosa quasi europea, praticamente è carne in brodo, con brodo annesso, anzi servita in quelle tipiche ciotole con il brodo e i pezzoni di carne ancora attaccati agli ossi, portano le forbici e delle pinze per liberarli, tagliarli e mangiarli con le bacchette, la solita ciotola di riso e l’immancabile chimci (che rende il lesso un lesso coreano). C’è anche una buona salsetta a base di salsa di soia e mostarda in cui inzuppare la carne. Buono, leggero (è carne bollita in pratica) e nutriente. Ci vogliamo prendere lo sfizio di un caffè da qualche parte (è pur sempre domenica) ma sono tutti chiusi, quindi ripieghiamo per il supermercato che è attrezzato per vendere quei caffè solubili, con tanto di distributore di acqua bollente e tavolini (volendo, e così fanno gli studenti spesso per il pranzo e/o la cena) si possono comprare delle cose da mangiare cui va messa solo dell’acqua bollente per farle diventare delle zuppe o da passare al microonde (di cui è anche attrezzato il supermercato).
Il pomeriggio passa poi tranquillo, finisco di analizzare anche le traiettorie della di-glicina, sbrigo qualche faccenda, navigo un po’, intanto alle tre Ara va via, ma lei e Ki mi accompagnano domani alla stazione dei bus per mettermi su quello che va all’aeroporto, e arriva un’altra studentessa di Ki a stampare delle cose. Alle sei poi ci sta uno spettacolo televisivo che piace tanto a Ki dove sono in competizione sette cantanti (magari in una delle appendici lo spiego), a confermare che le trasmissioni canore vanno molto qui in corea. La migliore secondo me è (come l’altra volta) una cantante “anziana” (dicono loro, credo abbia una cinquantina d’anni) mulatta, mezza coreana e mezza afroamericana, e quindi la voce (oltre all’interpretazione) unisce la potenza coreana con il timbro afro.
Dopo ultimo bakali e tortino di chimci, in un posto ancora nuovo, uno finto tradizionale, perché arredato in legno ma dentro uno di quegli edifici moderni dove stanno i negozi al limitare del campus. E per finire, congedandoci con l’ultimo brindisi di bakali arriva anche l’ultima storia zen (dice che mi manderà dei titoli e ripete che il vero zen è in corea ... ). “Mentre pregavano al tramonto, quando il sole stava scomparendo oltre l’orizzonte e rendeva tutto rosso il cielo, il sacerdote si avvicinò e chiese: è giorno o notte? Lo guardarono stupiti e lui continuò, né giorno né notte”. Queste sono “domande” e in particolare questa si accoppia con un’altra storia: “Stavo facendo un’escursione in montagna, a nord di Seoul, oltre il palazzo reale, là dove il confine non è lontano, quando ad un tratto sentii da un lato i fucili del campo militare e dall’altro, contemporaneamente, la campana del tempio. E mi fermai incapace di continuare”.
Ora cerco di addormentarmi presto perché domani si deve partire di buon mattino e mi attende un viaggio molto lungo che mi riporterà nella vecchia e pigra Europa.

p.s. nota del mattino: sono all’aeroporto di Seoul dove c’è internet gratis, sia attraverso una serie di mini portatili di una nota marca coreana, sia attraverso il free wifi. All’avanguardia, non capisco perché da noi (ma anche in USA eccetto Dallas o Houston) continuino a chiedere soldi per navigare ... che poi si chiama proprio airport il sistema. Riesco così a caricare la giornata di ieri prima di imbarcarmi.

domenica 18 settembre 2011

Dalla Corea (13) - 17 settembre 2011



Sabato. Non c’è lezione, ma vado ugualmente in dipartimento, e non sono il solo, perché in ogni modo Ki è lì (e non avrei molti posti dove andare) e ci sono pure Woochurl (in arte Ciccio) e più tardi arriva anche Ara. Insomma si lavoricchia anche nel fine settimana. Ciccio ieri ha avuto una specie di festa per il diploma che prenderà a febbraio (qui l’anno accademico inizia a marzo) e mi fa vedere le cartoline (in coreano) e l’hard disk esterno (rigorosamente di marca coreana, Samsung) che ha ricevuto. Andiamo così a pranzo con Ki e Ciccio in un posto ancora nuovo, nella parte di Chungju vicino alla ferrovia, più “campestre”, i palazzoni si vedono solo in lontananza e ci sono molte casette basse, sempre sparse un po’ alla rinfusa, che ancora sentono l’influsso di un passato agricolo. Mangiamo appunto in un posto di questi, un tavolino all’aperto, riparato da un telone contro il sole e con un ventilatore per alleggerirci dall’afa che è ancora molto forte. Un pranzo leggero e nutriente, perché, dice Ki, ci serve energia per il tanto caldo. In pratica la solita zuppa con verdure e pesce mi dice, ma si è sciolto così che non si vede, contorniata da tante ciotoline, dove si scopre sempre qualcosa di nuovo. Questa volta le novità sono una specie di gelatina di noci e le foglie di sesamo non ho ben capito come trattate ma squisite. Questa volta imito Ciccio e verso il riso nella zuppa, così ne abbassa anche un po’ la temperatura che è come sempre altissima. Siamo tra i pochi a mangiare fuori, dentro però ci sono solo i tavoli dove si mangia per terra, e questo Ki me lo evita (mi spiace un po’, per loro è più comodo per terra, io ci ho provato un paio di volte, anche se con le zuppe è molto difficile, oltre ad distruggerti le gambe), e il locale pare molto famoso, ci vengono apposta da Seoul, e alla fine una signora facente parte di un gruppo che veniva appunto da una banlieu di Seoul, mi vede e mi saluta (mai vista, molto “brave” dice Ciccio) e mi chiede non capisco bene cosa, anche perché Ki è andato a pagare e Ciccio non è che parli un inglese tanto comprensibile.
Torniamo in dipartimento, anche per respirare grazie all’aria condizionata, Ciccio dopo un po’ va via, ci salutiamo forse ci vediamo domenica, altrimenti chissà, deve studiare per entrare in una graduate school di un’altra Università (Postech) e magari tra alcuni anni verrà in Francia per un post-doc. Chissà. Intanto alle quattro Ki va alle prove dello spettacolo della sera, sì perché c’è un concerto speciale del gruppo “Moderato” per i suoi venticinque anni, di cui Ki è il “faculty advisor”. Ci vediamo per cenare velocemente alle sei in un posto vicino all’Università, noodles e chimci kimpa, poi torniamo in dipartimento e alle sette e mezza vado allo spettacolo. Un gruppo folto di studenti suonano e cantano canzoni pop coreane, alternandosi agli strumenti e cantando tutti. Anche se molti non hanno una voce ‘educata’ però tutti hanno le corde vocali coreane, note per essere molto spesse e quindi dare naturalmente potenza, ed infatti così è. Poi un’atmosfera molto simpatica e allegra, e dopo un po’ di problemi tecnici iniziali, il sipario che non si alza qualche strumento che non suona, si alternano sul palco tutti vorticosamente. E per un concerto che è poco più di una recita scolastica avere dieci microfoni aperti sul palco e nessun rientro è un segno di una notevole efficienza tecnica. Certo le canzoni sono in coreano, ma parafrasando il maestro, “ascoltiamo il novanta per cento di canzoni in inglese senza capire un cazzo, ne possiamo ascoltare alcune in coreano con lo stesso effetto”. Ki è abbastanza emozionato, ma dopo un inizio in cui il tempo non si capisce ingrana e se la cava fino alla fine. Da notare come, a differenza di quanto avviene in occidente, nel gruppo ci sono tanti ragazzi, quasi alla pari delle ragazze, che tenuto conto del fatto che l’Università ha una prevalenza femminile è ancora più stupefacente. Incredibile anche vedere ragazze al basso e alla batteria. Insomma i coreani sono tutti canterini e si vergognano poco, pur non essendo sfacciati. Poi il pubblico è molto caldo e non sta lì ad ascoltare passivamente, batte il ritmo, urla cose ai vari gruppi di amici (cose per me incomprensibili ovviamente), ride e insomma, partecipa. Ara resta solo i primi tre pezzi (ovvero fino al brano di Ki) e poi torna in dipartimento a vedere e classificare traiettorie, porella. Ed è sabato sera. Fuori il campus non è morto ma ci sono oltre a studenti che lavorano come Ara (vedo le luci accese nei dipartimenti) molti altri in giro, che giocano a basket o che si avviano verso i locali limitrofi.
Dopo lo spettacolo ci prendiamo una birra e un po’ di sojou accompagnati dall’ottima seppia secca in un pub vicino al campus e a nanna. Oramai mi aspetta l’ultimo giorno di Corea e poi un lungo viaggio verso Parigi. Mi riservo dopo la fine delle cronache quotidiane qualche riflessione generale sulla forza dell’oriente e su come e soprattutto perché, secondo me, in occidente “siamo spacciati”. Penso che lunedì non avrò modo di mettere la cronaca dell’ultimo giorno, dovrò aspettare di essere arrivato a casa, a meno che all’aeroporto di Seoul non ci sia un wi-fi gratuito e abbia il tempo di farlo.

sabato 17 settembre 2011

Dalla Corea (12) - 16 settembre 2011



Anche oggi, come ieri, la mattina è nuvolosa, umida, si sente che è acqua che ha evaporato per il troppo caldo, una sorta di foschia che diventa nuvole, e infatti a mezzogiorno le nuvole sono andate via per fare spazio ad un bel cielo limpido, terso, ma sempre caldo e umido. Tra queste nuvole del mattino si odono spesso come motori di aerei da caccia a reazione, che siano esercitazioni quotidiane, o ancora peggio pattugliamento mattutino? In ogni modo la mattinata passa tranquilla e a pranzo si va con il professore di biochimica - quello che è stato in Francia, dall’aria giovane e molto dinamica - la professoressa di “Chemical Education” si scusa, dice che avrebbe avuto piacere a mangiare ancora insieme (dopo la cena con i faculty del dipartimento della settimana scorsa) ma purtroppo ha lezione, questa è l’ultima occasione, poi c’è il fine settimana e io lunedì parto. Simpatica e mi dice Ki che porta molto al dipartimento, è una delle più attive. Quindi andiamo in tre a mangiare in un nuovo posto, un ristorante dove fanno una sorta di specialità miste giapponesi (o forse mongole, non lo sanno neanche loro) e del viet-nam. In pratica mettono a bollire il solito ciotolone con l’acqua, le verdure e della carne tagliata molto sottile e noi ci facciamo da soli gli “involtini primavera” vienamiti, con dei tondi che sembrano di plastica e invece sono fatti di riso (veramente bio!). Come in quasi tutti i ristoranti di qui, non c’è bisogno del cuoco, perché sono clienti a cuocere! Così inzuppando questi rigidi cerchi che sembrano di plastica (non solo a me, anche a Ki) nell’acqua calda, poi li si possono riempire di verdure e pezzetti di carne bollita, girare e mangiare. Infine nella pentola con l’acqua calda si cuociono i soliti noodles e con quello che resta si mette del riso che forma una volta cotto un qualcosa che è una via di mezzo tra un risotto e una purea. Insomma carne sottile e verdure, crude o bollite, con riso e noodles, leggero anche se riempie. Al ritorno chiacchieriamo con il professore di biochimica che è preoccupato per la crisi europea, un po’ perché loro esportano molto (ma hanno la Cina vicina non mi pare abbiano per ora grandi problemi, e infatti hanno appena saputo che per l’anno prossimo il numero di insegnanti in Corea aumenterà, cosa molto importante per la KNUE che è una Università per formare insegnanti, e chiaro segno che il governo non sta messo tanto male a soldi da investire) un po’ perché non capiscono (se si ricordasse quante vacanze hanno i francesi forse capirebbe) un po’ perché hanno paura che partita dagli USA, passata in Europa i prossimi potrebbero essere loro, come materializzandola in un serpente che gira per il mondo. In ogni modo basta guardarsi intorno, è pieno di macchine e sono quasi tutte coreane, Hyundai, Kia, anche quella su cui viaggiamo è una fusione di Samsung (perché Samsung fa anche macchine), Nissan e Renault (prodotta in Corea), e poi ancora tutti i prodotti elettronici o tecnologici sono principalmente Samsung o LG (che è anch’essa coreana), di prodotti europei si vede qualche Mercedes e un paio di Ferrari (a Seoul), insomma solo beni di lusso, ma nulla di massa. E la Corea è un paese relativamente piccolo, e tutto ciò (o cose affini a tutto ciò, coreane o cinesi che siano) deve ancora passare completamente in Cina, dove ce n’è per molti anni penso, il tutto in modo totalmente indipendente dall’economia europea. Insomma fanno da soli e noi giustamente paghiamo gli interessi della storia.

Nel pomeriggio smanetto con gli input di gaussian per dei conti di Ju-Yahng quando ad un certo punto mi chiamano Ciccio, Ju e Ara, mi volto e .. hanno un dono per me! Una bellissima scatola con dei dolcetti coreani, a base di sesamo, noci e pistacchi, con una presentazione bellissima, sia la scatola sia la busta cui è contenuta la scatola, quelle presentazioni orientali con pochi colori e dei tratti stilizzati che sono quasi calligrafia di caratteri cinesi. Sono quasi commosso ...
Il pomeriggio poi passa tranquillo, è pur sempre venerdì, anche se sia Ara sia Ciccio (non so se anche Ju) vengono anche domani (sabato). Ki finisce lezione e dopo un po’ ci accordiamo per la sera. Ciccio intanto sta giocando ad un gioco in coreano che mi sembra familiare, infatti mi avvicino ed è niente meno che Civilization 4! Ma pensa, all’età sua (mi pare sia del millenovecentoottantasette) io giovavo al numero due, con il vecchio 286.
Decidiamo con Ki di andare in centro, passo quindi in stanza a posare lo zaino e la scatola con i dolci coreani e ci vediamo alla fermata del bus. Andiamo in centro con i mezzi, da notare che anche sull’autobus c’è il wi-fi, dove dopo un po’, passando attraverso un mercato di frutta, carne, pesce ma anche vestiti e qualsiasi altra cosa si possa pensare, mercato che alle sette e mezza di venerdì sera è aperto, troviamo un ristorante tipico di pesce! Mi mancava. C’è da dire che qui il pesce lo mangiano crudo, ci sono fuori delle vasche e Ki mi dice che prendono quel pesce, lo tagliano e lo servono. Non mi può non venire in mente una famosa scena di un film, ad un certo ristorante giapponese ... Comunque Ki ordina un pesce piccolo che viene mischiato con la verdura (e purtroppo non ce lo prendono e tagliano sotto gli occhi), ma soprattutto accompagnato con un tripudio di piattini dove spiccano, oltre ai soliti bachi da seta, gamberetti, broccoli e affini, delle conchigilette, i polipetti, e delle uova di un qualche uccello selvatico sode. Buone! Insomma tante cose nuove anche questa sera, ho quasi fatto una panoramica completa della gastronomia coreana, mi pare, in queste due settimane che oramai volgono al termine. Prima di tornare ci prendiamo una birretta con annesso pesce secco (qui non si beve mai senza mangiucchiare qualcosa, sarà perché molti asiatici non hanno tutti gli enzimi per assimilare l’alcool e quindi devono mangiarci qualcosa) e poi ci avviamo verso la fermata dell’autobus, siamo fortunati e prendiamo uno degli ultimo “al volo”. Insomma doppiamente fantozziani. 
Stanco e satollo quindi mi avvio verso casa, ad ammirare la versione coreana di X-factor, che mi fa addormentare subito, c’è da dire che oggetti non se ne esportano tanto dall’occidente, ma tutte le mode arrivano ... compresi Mr Pizza e Paris Baguette!

venerdì 16 settembre 2011

Dalla Corea (11) - 15 settembre 2011



Anche oggi una giornata di relativa routine universitaria. Sveglia con comodo, passeggiatina per andare dalla residenza al dipartimento - è nuvoloso e appiccicoso al mattino, ma comunque faccio qualche foto al campus, poi le rifaccio nel pomeriggio quando esce il sole - Ciccio è già arrivato, poi arrivano anche gli altri. Sbrigo la posta e tento di spiegare ad Ara come dovrebbe analizzare le sue traiettorie, nel mentre l’altra studentessa filma con l’iphone così poi non si dimentica e può rivedere! Tutte le pensano con la tecnologia! Non credo che andrò a finire su internet ... o forse sì, chissà! A pranzo andiamo per la prima volta alla mensa, molto semplice ed essenziale, si prende un vassoio di quelli con le forme per metterci varie cose in fila su un ripiano, riso, carne, l’immancabile chimci, delle polpettine di pesce e la tipica zuppetta di verdure e tofu. Così vedo dove sta l’ufficio postale cui vado dopo pranzo. Mandare quattro cartoline sembra più difficile del previsto, non so se sono io o è l’addetto, mi pare una cosa non difficile da spiegare a gesti in un ufficio postale con quattro cartoline in mano che voglio spedirle, e mostrando la carta di credito che voglio pagare con quella. Prima l’addetto dice “solo cash”, poi dopo invece gli va bene ... poi prende una cartolina e la guarda, la gira, la pesa un paio di volte, io gli dico “Europe”, “Italy”, mi domanda se sono tutte per “Italy”, io dico una per “France” (anche se dubito cambi qualcosa!), poi chiede alla sua collega che mi pare più sveglia, quella gli dice qualcosa, lui rismanetta in una sua macchina e finalmente è a posto! Pago con la carta di credito e fa spuntare quattro francobolli che mi fa segno che metterà lui ... speriamo bene! Intanto è uscito il sole, rifaccio le foto e ritorno in dipartimento tosto perché fa abbastanza caldo, afoso, e in laboratorio grazie alla presenza di molti computer c’è l’aria condizionata. Un pomeriggio anch’esso tranquillo, alle cinque poi devo fare il seminario, nell’ultima ora del corso di Ki per i graduate students (che sarebbero al quinto anno di università, su sei anni totali). L’aula è molto tecnologica, collego il mio computer ad un aggeggio che si collega automaticamente al proiettore, con un computer fisso sotto e una serie di opzioni per il controllo del proiettore. Insomma non poteva mancare neanche qui la tecnologia. Al seminario ci sono praticamente i suoi studenti (anzi studentesse! sono tutte donne, forse perché questa è una scuola per insegnanti), più alcuni del dipartimento. Cerco di spiegarmi nella maniera più elementare possibile, anche se certe cose mi pare evidente che siano un po’ troppo specifiche, comunque Ki ogni tanto spiega in coreano le parti che lui sa che loro non sanno. Finché alle sei meno un quarto, quando per fortuna oramai mi mancavano solo un paio di esempi finali ... va via la corrente, black out in tutta la Corea pare. Sono abbastanza sconcertati all’inizio, forse anche un po’ preoccupati finché non si accertano che si tratta di un black out e basta (tra guerre e terremoti in effetti è la cosa più tranquilla che possa capitare, e comunque non mi meraviglia, visto che fa caldo e avranno tutti acceso condizionatori e ventilatori), dopo questo primo momento però non si scompongono, metto il computer sul primo banco e continuo, certo vedere ora dal mio schermo non è facilissimo, ma tant’è. Finisco spiegando le possibili strade per fare un PhD in Europa e in effetti cito alla fine il programma Erasmus Mundi di cui ho solo sentito parlare vagamente a Roma ma che bisognerebbe approfondire. Dopo il seminario foto di gruppo (purtroppo la mia macchina fotografica ha finito le batterie, riesco a fare qualche ultima foto scambiandole un po’) e poi cena di gruppo. Andiamo in un ristorante tradizionale molto bello che sta vicino al campus, un edificio di legno tradizionale, su una collinetta, attorniato da un prato molto curato, con alberi, qualche stele, delle fontane. Per fortuna però ci sono anche dei tavoli con le sedie, anche se oramai ... La cena consiste in un continuo affluire di piatti, piattini, ciotole e zuppiere con verdure, carne, pesce, alcune cose le avevo già viste singolarmente, altre mai. Ora viene molto difficile spiegare, tante cose, quando potrò scaricare le foto me ne ricorderò di più. Comunque mangiare i gamberetti con le bacchette e il cucchiaio è impossibile, a me portano una forchetta (che uso per i gamberi solamente) ma loro come fanno? mi chiedo. Bene sia Ciccio che una coreana tutta “fine” davanti a me i gamberi li mangiano semplicemente interi! Ciccio pure la testa si mette in bocca (dice che sua mamma gli dice sempre che è nella testa che sta la parte migliore, e allora se lo dice la mamma). Sfido io che alla fine si sentiva “un po’ pieno”, però le sue tre fette di torta di riso se l’è mangiate, d’altra parte è il suo dolce preferito, come poteva dire di no! Scopro comunque che lui e Ara vanno tutte le mattine a fare una camminata tra i boschi (ovvero lì dietro) alle sei del mattino! Ti credo che poi alle otto di sera la cena è finita ...
Per stasera è tutto, provo a scrivere queste poche righe e guardare la TV coreana (vedo le figure, non di più ovviamente ...), oramai mi mancano pochi giorni, e poi si ritorna. Non capire nulla intorno è faticoso alla lunga, soprattutto quando non si capisce neanche cosa c’è scritto, e molto peggio che se fosse tedesco o olandese (per dire due lingue poco comprensibili), perché qui non si riesce neanche ad avere una vaga idea di cosa dicano cartelli e indicazioni.

giovedì 15 settembre 2011

Dalla Corea (10) - 14 settembre 2011


Oggi una giornata tranquilla, di passaggio tra il lungo fine settimana pieno di eventi (Seoul, con i palazzi reali rifatti, i musei, i grattacieli in acciaio e cristallo del centro, i parchi e vicino i grandi palazzoni dove abitano i coreani e poi la visita al tempio Bhop-chun, pare si scriva) e i prossimi giorni finali. Quindi sveglia tranquilla, mattinata al laboratorio, una bella giornata di sole avrei dovuto portare la macchina fotografica per immortalare il campus, cerco di ricordarmelo domani, qualche cartolina (sempre che riesca a mandarle da qui) e poi si va a pranzo. Ki si porta tre studentesse, che sembrano bambine ma in realtà vanno al quarto anno di università, quindi tanto piccole non sono. C’è da dire che a tutti i coreani sembro molto più giovane, e loro sembrano a me sempre più giovani, quindi forse non è una questione che gli orientali si portano meglio gli anni, ma semplicemente abitudine. Qui poi sapere gli anni di una persona è fondamentale per parlargli, infatti le espressioni cambiano se ci si rivolge ad una persona più giovane o ad una più anziana. Per esempio queste studentesse sono dello stesso anno accademico di Woochurl (Ciccio), solo che sono più giovani perché Ciccio prima dell’Università si è fatto due anni di servizio militare (ma ce lo vedete Ciccio a fare il militare? Una sua foto arriverà ma se avete capito il tipo, orientale, pienotto, faccia simpatica, insomma Ciccio!) e quindi si rivolgono a lui con rispetto. Dopo pranzo ritorno in laboratorio, mi barcameno tra i proofs del PCCP, l’articolo che devo finire e per cui abbiamo discusso con Ki su una figura da aggiungere e le solite traiettorie (anche se per questo sistema sono meno complicate ma quindi anche meno interessanti), qualche tentativo di chiacchiera con Ju-Yahn che mi offre un’ottima pesca coreana e poi alle quattro Ki va a giocare a Badminton (pare che sia forte come anche a ping-pong, io al primo non ci ho mai giocato e al secondo sono tanti anni, un coreano mi farebbe a fettine!). Cena quindi con altri due giocatori di Badminton, leggera per fortuna che non so come faccia Ki a mangiare sempre fuori, ma dopo più di una settimana inizio a desiderare un piatto di spaghettini al pomodoro, o anche una fessa fettina, insomma cose fatte in casa, ma la difficoltà è che ... si mangia alla coreana, ovvero per terra! Ormai con le bacchette sono un asso (mangio vongole, pesce, alghe, noodles, il tutto senza mai avere un coltello tra l’altro, solo un cucchiaio piatto) e quindi non mi resta che passare al livello successivo, accosciato, che è un problema perché dopo un po’ le gambe iniziano ad anchilosarsi, si addormentano gambe e piedi con successivo formicolio, e poi vi voglio vedere a mangiare brodetti con il loro cucchiaio piatto in quella posizione senza sbrodolarvi! Sono riuscito a minimizzare gli sbrodolamenti, mi pare.
Finisco questa breve cronaca, approfittando dei pochi eventi quotidiani da annotare, ritornando su un paio di discussioni della giornata di ieri.
La prima, al tempio buddista Ki mi spiegava degli oggetti tra i souvenirs e tra questi c’erano delle specie di rosari, formati da 108 grani, mi diceva. Perché 108? Perché sei sono i sensi, che sono connessi quindi a sei attività, ma ovviamente si possono incrociare, quindi sei per sei trentasei. Ma le azioni possono avvenire nel passato nel presente e nel futuro, quindi trentasei per tre ecco 108! Non vi sembra che ci sia qualcosa di anomalo? E sì, perché i sensi mi pareva ci avessero insegnato essere cinque, ma ecco che il sesto senso me lo elenca senza particolare differenza ed enfasi, ovvero l’intelletto! E questa la dice lunga sulla nostra perpetua difficoltà e fatica a fare nostri molti concetti e visioni del mondo orientale, l’intelletto come la vista e quindi, incrociando possiamo vedere con l’intelletto e ragionare con la vista!
Infine sulla serata al pub ho raccontato del buddismo coreano che Ki mi ha tentato di spiegare succintamente, ma non ho detto che infine gli ho anche chiesto sulla Corea del Nord, come sia possibile che il regime regga, economicamente e internamente. Secondo lui, per farla breve, il regime ha fatto il lavaggio del cervello a tutti gli abitanti che quindi non si vedono più come individui ma come un’entità unica emanazione dei due leaders, il padre e il figlio (ed è pronto anche il nipote). Che sia veramente così e che non ci sia repressione e propaganda (ovvero quanti vediamo noi da fuori comportarsi veramente come se fossero un unico corpo, mi raccontava un paio di casi, siano messi a bella posta dal regime) mi pare difficile, in Europa dell’Est, anche nelle peggiori dittature, o nei paesi arabi dove i dittatori sono (anzi oramai molti erano) venerati, un colpetto venuto dall’esterno o anche semplicemente una insostenibilità economica hanno fatto cascare il castello. Certo la repressione può molto ma quando il sistema non si sorregge più economicamente in genere crolla (e i cinesi lo sanno e per questo fanno arricchire la popolazione). E’ anche però vero che tutti questi stati (dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente) non sono vissuti in un isolamento totale, anche per pure questioni geografiche. Invece la Corea del Nord pare sia veramente impenetrabile.
E così la Corea del Sud è diventata ... un’isola!

mercoledì 14 settembre 2011

Dalla Corea (9) - 13 settembre 2011

Sulla giornata di oggi ci sarebbe tantissimo da dire e da riflettere. Non la faccio lunga, ma inizio dalla fine.
“Era un giorno di vento e le bandiere sventolavano. Gli allievi allora le guardavano meravigliati, il vento che soffiava e le bandiere di tutti i colori che si muovevano. Arrivò il maestro e li interrogò se fosse l’aria a muovere le bandiere o le bandiere a muovere l’aria. E poi gli disse, prendendo nella sinistra un gatto e nella destra un coltello: se nessuno mi saprà rispondere ucciderò il gatto, altrimenti sopravviverà. Gli allievi si guardarono esterrefatti e dubbiosi, ma nessuno riuscì a rispondere. Allora il maestro prese il coltello e tagliò la testa al gatto. Dopo, il miglior allievo si recò dal maestro per capire e quando entrò nella sua stanza si levò le scarpe e se le mise sulla testa. Se tu avessi fatto ciò questa mattina, gli disse il maestro, il gatto ora sarebbe vivo.”

Questa mattina mi sono svegliato con comodo e sono arrivato all’Università semi-deserta dove c’era solamente Ki e qualche raro studente. E’ il giorno dopo la festa del Chuseok, ancora vacanza, un giorno per tornare a casa o magari fare una scampagnata o semplicemente riposarsi, quindi il campus al mattino è semi-deserto. Tranquillamente così mi prendo un caffè, sbrigo la posta arretrata e finisco di guardare le mie traiettorie. “Buddity”, preveggenti. Andiamo a pranzo in uno dei pochi posti aperti e poi finito il pranzo Ki mi domanda se non voglio andare a vedere un tempio buddista. Certo dico io, passiamo a prendere la macchina fotografica, un momento all’Università e poi si parte in macchina verso l’interno. Infatti ci sono dei templi in città, ma è bene vederne uno vero, ovvero tra le montagne, un grande monastero le cui diramazioni arrivano appunto in città. In Corea, come poi mi spiegherà, se pur si vedono tantissime chiese cristiane (cattoliche e protestanti, le prime meglio viste delle seconde per dei motivi che poi magari cercherò di raccontare) la maggioranza della popolazione è buddista, il filone che dall’India è arrivato attraverso la Cina mescolandosi prima con le religioni e la filosofia cinesi e inglobando poi senza sofferenze teologiche le credenze tradizionali. Ci addentriamo così verso oriente, ovvero verso zone più montagnose, non sono mai montagne altissime, sono sempre ricoperte di vegetazione, ma sono molte, dense, un po’ come tutto da queste parti, ricoperte di quei pini orientali caratteristici, con le fronde che finiscono un po’ all’insù, come i tetti delle case tradizionali (o meglio sarebbe dire forse il contrario). Finita l’autostrada inizia una strada più stretta ma sempre molto maneggevole che ci porta in un paese precedente il tempio, un largo stradone pieno di ristoranti e negozi di souvenirs. Parcheggiamo e ci addentriamo a piedi nel parco, infatti non c’è soluzione di continuità tra il parco nazionale e il tempio, l’uno racchiude l’altro. Una rilassante passeggiata attraverso il bosco, che è pieno di famiglie che fanno la scampagnata, è un po’ come fosse pasquetta, “mutatis mutandis”. Si paga per entrare, non tanto 4000 won, ma appunto è parco e tempio allo stesso tempo. Dopo esserci addentrati un po’ nel bosco ecco la prima porta, con una sola fila di colonne, poi si cammina ancora e si giunge al tempio vero e proprio, quando, dopo aver scorto oltre il ruscello qualche edificio in stile orientale, ci ritroviamo all’entrata, un cancello con dentro i primi quattro guardiani, ancora un altro po’ ed ecco la seconda entrata, un edificio simile con altri quattro guardiani. Davanti quindi c’è un grande spiazzale disseminato di piccoli edifici a destra e sinistra, una pagoda davanti e in fondo l’edificio principale, che si fonde abilmente con la vallata, infatti si trova alla fine della vallata e il tetto sembra unire i monti di sinistra con quelli di destra e rilanciare verso l’altro, verso le montagne che si trovano in fondo, dove al verde della vegetazione si mischia il colore ocra della roccia. Visitiamo tutti gli edifici, e Ki mi spiega bene i vari significati, la pagoda con quattro statue di Budda nelle quattro epoche della vita, dalla gioventù fino alla morte, le campane che i monaci suonano ogni mattina per risvegliare tutto il mondo, una per gli abitanti delle acque, una per quelli del cielo, una campana e un tamburo (penso questi due per gli abitanti della terra e per ... ), le lanterne e le statue “monumento nazionale”, alcune molto antiche risalenti alla dinastia Silla, anche la pagoda è antica, sopravvissuta alle varie invasioni. Poi lasciamo anche un’offerta per le tegole dei tetti iscrivendo i nostri nomi sopra una tegola, un giorno sarà usata proprio quella tegola. Poi entriamo nell’edificio principale, dove ci sono tre grandi Budda dorati e i monaci che preparano la “cena” dei Budda, e molte persone che si inchinano, tre volte per Budda mi spiega Ki, un inchino per le persone normali, due per i morti e tre per Budda. Gli altri edifici sono delle strutture tipiche orientali cui si accede grazie ad alcuni gradini con dentro una statua di un Budda o Buttayara (o come si scrive), un tavolinetto basso per le offerte o l’incenso, delle statuette, e dei foglietti sul tetto. Da un lato, entrando sulla sinistra, si erige poi una moderna altissima statua dorata, costruita negli anni sessanta (in pietra) e successivamente dorata negli anni ottanta (seguendo la ricchezza del paese, penso io) di un altro Budda, quello che deve venire, mi spiega (una variante orientale del Messia). Entriamo nel basamento che regge la statua dove ci sono tantissime statue votive e in corrispondenza al centro un’altra stanza dedicata ad un Buttayara, lo stesso che avevamo visto nel museo, o meglio una riproduzione (non particolarmente riuscita, notiamo, infatti quella parvenza di sorriso nella statua originale qui non si percepisce molto). Proseguiamo la visita del tempio (che è appunto fuso, quasi indistinguibile dal parco, anzi forse c’è più tempio nella montagna che nella stanza della statua), con un Budda rupestre, la zona della sepoltura dei grandi monaci del passato e un “reliquiario”, dove sono conservati (si dice, mi ricorda qualcosa ...) i resti dell’ultimo Budda, Shakyamuni, (quello storico che visse 2500 anni fa) e poi prima di tornare ci fermiamo a prendere un ottimo thè freddo al pino in una sala da thè proprio oltre le porte dei guardiani (siamo ancora dentro la grande cinta del tempio e infatti mentre entriamo Ki sta ben attento a non calpestare un insetto che stava sul gradino). Ci riavviamo quindi verso la macchina e rientriamo alla KNUE, incrociando il grande traffico del rientro verso Seoul dopo il lungo fine settimana festivo (c’è traffico al rientro a Roma che è un villaggio al confronto, figuriamoci in una metropoli di venti milioni di abitanti!), ma risparmiandoci grandi code. Torniamo al laboratorio, sbrighiamo un po’ di lavoro e alle sette andiamo a cena in un pubbetto praticamente dentro il campus, così non c’è da guidare e possiamo berci un po’ di birra e sojou. Posso così avere altre spiegazioni sul buddismo, il templi in corea, i rapporti con le altre religioni, sia quelle orientali (resta sempre ingarbugliata per noi la distinzione tra buddismo, confucianesimo e taoismo) e ovviamente la storia (anzi sarebbe meglio dire la domanda) buddista dell’inizio. Zen diremmo noi, ma lo Zen giapponese pare essere un po’ diverso (non so quanto questo sia vero o quanto sia da bilanciare con l’odio tra coreani e buddisti), il buddismo, Zen o Seon, coreano infatti cerca di bilanciare la meditazione, con le regole e il libro (cerca di spiegarmi, ovviamente una religione e una tradizione di alcuni millenni non si possono né spiegare né capire in poche ore), per rispondere interamente alle domande (olistico diremmo noi) mentre quello giapponese “taglia il pensiero”. Per cercare di spiegarmi, mi racconta dei tre filoni del buddismo, tutti partendo dall’India, uno ha preso la strada verso nord, Cina e Corea, si è concentrato di più sulla meditazione e quello coreano, arrivato mediato dalla religione e la filosofia cinesi, si concentra su “rispondere alle domande” (domande sul tipo della storia che ho messo all’inizio di questa breve cronaca), un altro ha preso la strada del sud, e dallo Sri Lanka è passato nel sud est asiatico, concentrandosi maggiormente sul canto e sulla ripetizione, in modo da focalizzarsi meglio (ok, cerco di riportare qualcosa che non può essere così chiaro, davanti ad un piatto di “rice sticks”, frutti di mare, accompagnati da bachi da seta, noccioline, pezzetti di banana seccata, birra e sojou), e infine il terzo è quello tibetano, che mi dice avere una storia a sé (ma senza farmi capire bene le differenze, anche se forse cercare le differenze non è la cosa più corretta da fare). Mi dice infine come appunto il buddismo e il cattolicesimo in Corea non siano stati fatti arrivare a forza da fuori, ma che in entrambi i casi (seppure in epoche diverse) dei coreani siano andati in Cina (paese con il quale si ha la maggior parte dei rapporti commerciali) e li abbiano poi introdotti in patria, il Buddismo poco più di un millennio fa, il cattolicesimo più recentemente, invece diffida di più delle chiese protestanti che sono arrivate da fuori e hanno fatto (anzi stanno facendo) proselitismo in modo molto aggressivo. Non so se me lo dice solo perché sa che sono italiano o se sia veramente così, non è che i cattolici nella storia siano mai stati molto teneri con le religioni dei popoli che incontravano, e le missioni del passato usavano il libro e la spada (e soprattutto quest’ultima) senza tanti scrupoli quando potevano.
Insomma una giornata che sembrava anonima e che invece è stata occasione unica per avere uno squarcio sulla cultura di questa parte del mondo molto prezioso e difficile da avere, perché direttamente da qualcuno che ne fa parte e non mediata dai tanti libri (spesso paccottiglia penso) che circolano dalle nostre parti. Abbiamo anche un po’ discusso su possibili interpretazioni della storiella ma su questo non dirò nulla ora, magari dopo.
Parlando poi appunto, come già mi aveva anticipato, della cultura buddista mi fa notare come, a differenza delle religioni occidentali (includendo islam ed ebraismo) dove chi si oppone alla divinità è “fuori”, nel caso del buddismo questo non è necessariamente così, tant’è che quando Budda (mi pare o forse un altro grande maestro, il nostro problema con le religioni orientali è che tante cose si mescolano senza troppi problemi) stava per morire il suo migliore discepolo si avvicinò a lui e gli chiese una “summa” del suo insegnamento, “nulla” (none) gli rispose, e queste furono le sue ultime parole.

martedì 13 settembre 2011

Dalla Corea (8) - 12 settembre 2011

La terza e ultima giornata a Seoul, prima di lunedì prossimo giorno di partenza, ma sarà direttamente Icheon in quel caso, inizia presto; infatti per le otto e mezzo siamo tutti pronti giù per la cerimonia del Chuseok, ovvero le “idi di Agosto”, qualcosa che ha a che fare con l’ultima luna piena dell’estate, i raccolti, e queste cose su cui non sono ferrato per l’Europa, figuriamoci per l’Asia. Nel salotto c’è un tavolino basso, imbandito con tante ciotoline piene di cibo, pesce, frittatine, tofu (anzi tubu, ma è la stessa cosa), verdure varie, spiedini di carne, riso, brodo, e due candele ai lati, davanti un tavolino più piccolo e più basso, su cui c’è un piccolo braciere con dell’incenso, un bicchierino in legno su un palchetto e una bottiglia di una specie di vino o liquore penso di riso, ma non so. Dietro c’è uno di quei paravento cinesi con delle scritte immagino propiziatorie, in cinese perché il coreano è un alfabeto che è stato inventato “recentemente” (nel XIV secolo mi pare) e quindi per le cerimonie tradizionali si usano i caratteri cinesi. In realtà tutti gli alfabeti di questa zona del mondo derivano dal cinese, e ci si può risalire (o meglio loro riescono a farlo). La cerimonia serve, mi hanno spiegato prima, per richiamare gli spiriti degli antenati e prendere “la loro fortuna”. Per questo non ci sono frutti rossi né (stranamente) il chimci, ovvero quella loro verdura intinta nel piccante, una specie di verza fermentata, che mangiano sempre, ma che è rossa, e quindi spaventerebbe gli spiriti, che invece devono venire. Inizia quindi la cerimonia, che è semplice e breve, fatta dai due uomini di casa, ovvero Ki e il fratello maggiore. In pratica si inginocchiano un po’ di volte, poi mettono il liquore nel bicchierino, lo girano intorno all’incenso, poi si ri-inginocchiano, ancora muovono il bicchierino verso il riso o il brodo, mentre io, la cognata di Ki e il cane stiamo a guardare (anzi il cane ogni tanto abbaia, forse a lui questi spiriti fanno un po’ paura... ). Dopo un po’ è finito e si mangia quello che c’è in tavola ... e non sono manco le nove! Si fa anche una specie di piatto fatto con il riso offerto in cui si mescolano le varie verdure. Dicono che così mangiando vicino agli antenati si chiede loro che trasmettano la loro buona sorte (mi domando, ma se gli antenati sono stati sfigati? ma vabbé sono sempre quel miscredente che sapete ...). Ovviamente a questa “colazione” che è un pranzo in pratica, loro aggiungono il chimci (io no, di prima mattina poi!) e gradatamente si levano le offerte e si va verso qualcosa per me di più mattiniero ... tipo un caffè! A quel punto il padrone di casa accende la TV, ora è veramente finita la parte tradizionale, possono tornare nel XXI secolo (e pure oltre). In televisione c’è già il solito “reality”, anzi di quelle trasmissioni in cui si votano le performances di personaggi famosi che sembrano appassionarli molto, insomma tutto il mondo è paese.
Ci si riposa un po’ perché a pranzo si va al ristorante ... a mezzogiorno, che qui è ora di mangiare ... è pur sempre il “thanksgiving” coreano, e se penso a quanto abbiamo mangiato (e bevuto) a Minneapolis l’anno scorso, con la differenza che era sera non primo mattino. Comunque per andare al ristorante si prende la macchina, guida la signora, il tutto per fare meno di cinque minuti e lasciarla al “valet parking” di un grande albergo. Un ristorante in stile occidentale (i tavoli sono apparecchiati con forchette e coltello!) dove prima c’è un buffet freddo misto europeo/asiatico, pieno di cose buone e fresche, poi addirittura il “pasta menu”. Mi tocca provare gli spaghetti italiani a Seoul ... scelgo ai frutti di mare, forse pensando al pranzo di ieri, e anche ricordandomi che comunque loro usano i frutti di mare spesso nei piatti coreani quindi non devono essere troppo cattivi, ma come al solito la cosa da temere di più è la cottura degli spaghetti. Invece sono al dente, e il sugo è una versione coreana (ovvero rosso, al pomodoro e un po’ di piccante), ma buono, molto meglio di quanto non si possa trovare in giro per l’Europa nei ristoranti italiani tante volte. Il caffè invece purtroppo è una ciofeca, ma non si può volere tutto.
Finito di mangiare il piano sarebbe di prendere gli zaini e avviarci verso la stazione dei bus per tornare alla KNUE. Invece la signora ci suggerisce di vedere qualche altra attrazione prima di partire e ritornare verso la nostra “zona rurale”, è pur sempre la mia prima volta a Seoul e chissà quando ci ritornerò mai. Così ci accompagna in un museo che hanno costruito da poco in una zona dismessa della base militare americana, e quindi passiamo vicino a quella che è ancora la caserma dell’esercito USA in Corea del Sud, la Corea del Nord infatti non è tanto lontano da qui, e di là ci potrebbe essere ancora qualcuno così pazzo da lanciare qualche razzo se non ci fossero gli americani (al che sarebbe uno scenario che non voglio neanche immaginare). In questa zona non più utilizzata hanno costruito un enorme complesso immerso nel verde che ospita il museo nazionale della Corea. In un edificio di tre piani possiamo prima fare un giro nella storia della Corea, dalla preistoria fino al dominio giapponese dei primi del novecento, tra i vari regni separati, poi uniti, poi riseparati, in una visione “coreacentrica”, infatti, per esempio, uno di questi regni si estende soprattutto in quella che è attualmente la Cina, e che per i coreani è un regno coreano, cosa che i cinesi non ammetterebbero mai. Insomma è un continuo qui di recriminazioni storiche e territoriali, per non parlare dell’astio profondo che provano contro i giapponesi. A differenza dell’Europa, questi asti e nazionalismo sono ancora molto vivi, ma certo è abbastanza grottesco che ognuno abbia una differente “storia” di cose accadute ai tempi dell’impero romano o giù di lì ... Per questo dalla nostra parte è piuttosto facile, prima c’era la civiltà poi sono arrivati i barbari!
Al secondo piano c’è una esposizione di calligrafie e dipinti, quelli orientali insomma piuttosto delle illustrazioni. Ma la cosa più spettacolare sono sicuramente gli enormi Budda del terzo piano. Così finalmente comprendo la differenza tra Budda e quell’altra posizione nella scala dell’illuminazione, i buddatayara (o qualcosa del genere), che sarebbero un gradino sotto (questi ultimi hanno ancora gioielli e corone mentre chi è illuminato non ha più di queste cose), ma soprattutto perché ci sono dei Budda con un nome davanti. Mi spiega che si riferisce ai vari Budda, e che solo l’ultimo pare sia veramente un personaggio storico mentre gli altri sono piuttosto delle leggende. E che poi il buddismo espandendosi dall’India (mi fa notare come abbiano tutti tratti indiani e non cinesi o coreani) non ha rimosso le altre religioni tradizionali, per questo la cerimonia di stamattina (che noi chiameremmo semplicemente pagana) non è in contraddizione con il buddismo (mentre per esempio il professore “cristiano” non la fa, eppure la nostra festa dei morti o dei santi, che lui stesso ha utilizzato una volta a pranzo per spiegarmi di cosa si trattava la festa di oggi, non è che sia molto diversa!). Finito il museo torniamo a casa, e decidiamo, per fare prima, di prendere il treno, il famoso Tgv coreano, qui chiamato KTX. E’ un Tgv, una produzione congiunta franco-coreana mi pare, solo molto più lungo e ad un piano solo. Mi pare pure vada un po’ più lentamente, ma è pur vero che deve passare spesso per delle stazioni, pur senza fermarsi fino a qui, inevitabile visto che la Corea è molto più densamente popolata della Francia.
Arriviamo e Ki si fa venire a prendere dalla laureanda che ci accompagna al campus. Domani è ancora festa ma l’Università e aperta, almeno spero così potrò mettere online queste poche righe.
Ora mi “godo” un po’ di TV coreana, speriamo cantino che per il resto è abbastanza incomprensibile ...

domenica 11 settembre 2011

Dalla Corea (7) - 11 settembre 2011

Oggi sveglia tranquilla e risveglio lento, è pur sempre domenica, ma non tardissimo. Sotto in cucina c’è una colazione coreana, leggera ma sostanziosa, frutta, cereali, un strano succo di pomodoro che formava due fasi distinte, una liquida in basso e una spumosa in alto - insomma chimica-fisica al primo mattino - poi un caffè, purtroppo solubile io che avevo sperato avendo dormito con ben sei barattoli di Illy alle spalle, ma evidentemente era finito, e la nipote di Ki, che parla inglese perfettamente, ci accompagna al centro. Ci lascia nella zona più “posh” (anzi in una delle più posh, non è l’unica da quanto ho capito), dove tra i grattacieli si alternano vari negozi di vestiti, cosmetici e ristoranti, in un curioso mix di insegne occidentali e orientali. Notare che è domenica mattina e tutti i negozi sono aperti. E’ ancora presto e ci prendiamo un caffè in un bar all’americana. Poi un giro ed è subito pranzo (qui mangiano presto l’ho già detto). Visto che oramai alcuni seguono principalmente il filone culinario di questa cronachetta, a pranzo una cosa leggera: in pratica ci portano una ciotolona con dell’acqua che mettono su a bollire e a fianco una ciotola con noodles e una serie di verdure e frutti di mare, quando bolle si butta tutto dentro e aspettiamo che sia cotto. Viene fuori una specie di spaghetti in brodo ai frutti di mare, leggeri e saporiti (vabbé due spaghettini alle vongole so un’altra cosa però non male neanche questo, più leggeri, senz’olio ...). Quindi dopo ci dirigiamo verso la Seoul Tower, dove arriviamo dopo aver preso la funicolare. Purtroppo è nuvoloso e quindi è inutile salire fino a su, in pratica sta dentro le nubi. Fuori c’è un bel piazzale da cui vedere la città, anche se pioviggina, ma va migliorando, e ci sono tanti giochi tradizionali, con cui anche qui si divertono grandi e piccini. Il tempo di prenderci il caffè e quando siamo fuori ci sta uno spettacolo tradizionale, di musica e arti marziali. Ci dice bene insomma, sono giornate per la festa del Chuseok (che ha il suo apice domani con la cerimonia tradizionale che mi aspetta al mattino) e quindi ci sono molti turisti sia coreani che da tutto il mondo. Dopo lo spettacolo tradizionale (ho tante fotografie che tenterò di mettere al più presto) ci avviamo verso casa, scendendo a piedi dalla collina, non è lontano, in pratica subito dopo il quartiere di ambasciate e direttori generali delle grandi compagnie coreane, tipo Samsung, LG, Hyundai ... insomma robetta (a noi ci danno una pista, come si dice a Roma, ma questo magari per un post successivo). Quartieri dove si affollano villette, un po’ l’equivalente dei Parioli ma meno organizzato e meno bello, meno monumentale soprattutto, comunque è cosa comune evidentemente mettere i quartieri bene in una zona semi-centrale un po’ in collina. Arriviamo a casa, un attimo di pausa, anche perché la passeggiata è stata bella ma lunga comunque dalla cima della collina. E alle sei scendo ... con cena coreana casalinga! Un tripudio di quei piattini che avevo incontrato in vari ristoranti ma ovviamente molto meglio! Le alghe, le alicette, vari tipi di verdura, la carne spadellata, il riso con fagioli (i fagioli della giovinezza, che non fanno venire i capelli bianchi, mi dicono), le uova di pesce, la zuppetta con il tofu (che qui si chiama tubu) e pezzetti di seppia. Tutto ottimo, la crème di quello che ho potuto mangiare nei ristoranti. E ancora una volta la mia abilità con le bacchette, che si è perfezionata raggiungendo vette di virtuosismo, stupisce tutti! Mi chiedono dove abbia imparato ... semplicemente frequentando tanti ristoranti asiatici in giro per il mondo. Insomma è solo una questione di abitudine, un po’ come dormire per terra ... vabbé ma quello me lo sono risparmiato. La sera birra in uno dei posti che fanno loro stessi la birra qui a Seoul, uno degli ultimi e a dormire presto, che domani è un’altra lunga giornata, con le celebrazioni al mattino per il Chuseok, il pranzo e poi si torna in bus alla KNUE. Ultima nota, sui tassisti di Seoul, che si vedono la TV dal navigatore, perché prendono via internet i canali via cavo ... insomma la tecnologia qui ci surclassa di decenni (e questo è solo un assaggio per questo genere di riflessioni).

Dalla Corea (6) - 10 settembre 2011

Una giornata lunghissima che provo a riassumere la mattina dopo. Sveglia non tardi, arrivo in dipartimento verso le nove, neanche il tempo di prendere il caffè che di corsa alla fermata dell’autobus. Prendiamo così il bus che ci porta alla fermata della corriera (e sul bus incontriamo pure Ciccio!). Qui in un caos che aumenta, dalla tranquillità del campus, anche perché questo fine settimana c’è questa festa coreana e tutti si spostano, prendiamo praticamente al volo la corriera per Seoul. Viaggio confortevole perché ho l’impressione che anche i sedili delle corriere (come quelli dell’aereo) siano più spaziosi si quelli nostrani, eppure le persone qui non sono particolarmente grandi, ma meglio così si sta più comodi e posso sonnecchiare, tanto non si vede nulla dai finestrini perché pioviggina. Dopo non molto, un’ora e mezza, arriviamo a Seoul e poi ... altri trenta minuti per la stazione del bus, perché qui il traffico si sente che è bello pesante, in una città di venti milioni di abitanti non mi sarei aspettato qualcosa di molto diverso! Appena arriviamo alla stazione della metropolitana una sperduta ragazza non coreana (sudafricana) ci vede e ci chiede se parliamo inglese, chiedendoci se sappiamo come deve fare per andare in un certo posto, ovvero una Università. E’ fortunata, perché oltre a capirla abbiamo pure tempo, e così proviamo a spiegarle cosa deve fare per farsi i biglietti della metro, Ki le scrive pure su un pezzo di carta il nome di dove deve arrivare in coreano. Solo che non riesce a prelevare e qui si può pagare quasi tutto con la carta di credito ma non i biglietti della metro! La lasciamo che si andava a cercare un taxi ... chissà se è riuscita ad arrivare a destinazione ... dal sudafrica, praticamente agli antipodi! Quindi si prende la metropolitana! Per fortuna è sabato quindi non è molto affollata, comunque anche questi vagoni hanno l’aria di essere più larghi dei nostri (sicuramente di quelli parigini o londinesi) e ci sta una musichetta che annuncia l’arrivo dei treni. Poi scendiamo e andiamo a prendere un pacco per Ki in uno di questi tipici palazzi coreani, enormi casermoni di quindici piani lunghissimi, insomma Corviale sembra quasi una casetta, al confronto. Arrivando a Seoul questa lunga schiera di palazzi forma come un muro, che si può vedere da molto lontano. Poi nuova metro, dove invece di chiedere l’elemosina ci sono persone che vendono una specie di calzino/plantare e arriviamo a casa del fratello per lasciare gli zaini. Si vede che faceva il giudice e ora avvocato, infatti è un villino unifamiliare al centro della città. La signora mi dice che è “molto vecchia” la casa, del 74 ... comunque ci rinfreschiamo con un ottimo frullato di un qualche frutto e via. Pranzo veloce perché è molto tardi e poi al “centro storico”, ovvero un grande viale, attorniato di grattacieli che porta al palazzo del re, che si vede già in lontananza, preceduto dalla statua di un famoso ammiraglio del XVI secolo e dal più grande re di corea, quello che ha inventato l’alfabeto coreano. Prima però incontriamo una specie di rassegna fotografica sulla guerra di Corea, con tanto di ringraziamento per le (mi pare) 56 nazioni che l’hanno aiutata, tra cui l’Italia che a quel tempo fornì assistenza sanitaria. E ci sono anche foto del viale in cui stiamo ora, un cumulo di macerie. Continuiamo il nostro avvicinamento al palazzo reale, fermandoci un paio di volte per le statue e delle “live performances”. Sotto la statua del re si apre poi una specie di museo, sia sul re che sull’ammiraglio. Musei più all’inglese che alla italo-francese, ovvero interattivi, con giocherelli e quelle cosette che alleggeriscono la visita (soprattutto se il museo è in coreano aiuta ...). Poi si entra nel palazzo reale, che è enorme, sullo stile della città proibita di Pechino, e che in pratica chiude la città, dietro infatti ci sono delle montagne e poi la città da quella parte non continua, anche perché a mezz’ora di macchina c’è la Corea del Nord. Dopo a fianco ci sta un altro museo “interattivo”, più grande, delle tradizioni popolari.
Ci avviamo poi verso un quartiere limitrofo dove ci sono proprio a fianco di grattacieli moderni ancora qualche casa tradizionale, una zona un po’ turistica dove ci sono negozi di souvenirs, altri di piccoli artigiani (mah ...), ristoranti e locali. Già perché sono le sei e mezzo e per loro è l’ora di cena! E voila, si rimaterializza “lo choffeur”! Sempre nel suo completo nero con camicia grigia. Ci danno un foglietto di un ristorante con tanti piattini e si mettono a cercarlo nei vicoli, entriamo in vari ristoranti, in un paio ci sediamo pure, ma poi non so confabulano e c’è sempre qualcosa che non va. Finalmente ce n’è uno che pare gli vada bene, anche se lo choffeur continua a lamentarsi chiedendo non so bene cosa. Si vede poi che aveva fame! Ci hanno portato un tripudio di cose, dalle verdure alla carne al pesce (e mangiare il pesce con le bacchette non è stata impresa facile ...) e altre strane ciotole. Noi anche se poco si era mangiato tardi, ma per loro non pare conti. Dopo ci andiamo a prendere una birra, anzi alla fine un’altro tipo di vino di riso (ma leggero come una birra in gradazione) accompagnato da seppia seccata con noccioline (perché qui quando bevono accompagnano sempre). Lo choffeur è un patito di “suono”, lavora come ingegnere del suono per migliorare la qualità di non so bene cosa, e ci porta a vedere uno spettacolo di live jazz ... ma pensa in corea! Sono bravini direi, anche se è tardi, vediamo solo la prima parte e ce ne torniamo a casa.
Siccome sono straniero io ho un letto vero e non una specie di tatami (ovvero dormire per terra) ...
Ora una seconda giornata a Seoul, poi magari altre riflessioni quando torno alla KNUE con calma.